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Liberalizzazioni servizi pubblici, stop alla stagione delle gare per i nuovi gestori


 

Da Il Sole 24 Ore.it del 13.06.2011

 

marted́ 14 giugno 2011 11:41

 

Giorgio Santilli

Le conseguenze della vittoria del sì al referendum sulla liberalizzazione/privatizzazione dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporto locale su gomma) vanno distinte tra il piano giuridico-formale e quello politico-culturale.

Da un punto di vista strettamente formale, sono tre gli effetti più rilevanti dell'abolizione dell'articolo 23-bis del decreto legge 112/2008 e dell'articolo 15 del Dl 135/2009 che aveva modificato il primo.

Il primo effetto formale è il superamento del divieto esplicito per gli enti locali di affidare le gestioni a proprie aziende in house senza gara. La legislazione introdotta dalla riforma Fitto-Ronchi, pur prevedendo alcune eccezioni, era più rigorosa delle norme europee sull'affidamento alle aziende pubbliche, cioè rendeva più difficile l'affidamento senza gara a un'azienda pubblica controllata al 100% dagli enti locali. Sul piano dell'ordinamento interno si torna al cosiddetto "emendamento Buttiglione" all'articolo 14 del decreto legge 269/2003 che aveva legittimato l'in house senza gara.

Il secondo effetto è lo stop alla stagione di gare per l'affidamento dei servizi a nuovi gestori che si sarebbe dovuta avviare dalla fine di quest'anno e poi via via fino al 2015 per la scadenza anticipata delle gestioni illegittime (concessioni senza gara a privati e ad aziende pubbliche in house). Salta anche la possibile privatizzazione del 40% delle aziende pubbliche cui gli enti locali erano chiamati solo nel caso rifiutassero di affidare il servizio con gara e lo mantenessero in capo alle loro aziende. Salta anche l'obbligo degli enti locali di scendere sotto il 30% nel caso di società quotate che non abbiano vinto con gara il servizio.

Il terzo effetto è che per gli affidamenti del futuro si attenuerà molto l'obbligo della gara per l'affidamento dei servizi che veniva sancito in modo inequivocabile dal decreto Ronchi-Fitto.
Si può dire che in termini concreti, la norma vale per il futuro e che le gestioni attuali non subiscano variazioni. Anzi, vengono salvate le gestioni affidate senza gara che sarebbero giunte al termine.

E' chiaro tuttavia che sul piano politico-culturale e per il medio-lungo periodo il referendum introduce un'ostilità verso le gestioni private e miste, costituendo una spinta a ripubblicizzare anche quel 30% di gestioni dell'acqua che oggi vedono una qualche forma di partecipazione di società privata o quotata. Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, che è la Regione che più aveva puntato sul modello misto negli ultimi 15 anni, ha già detto in un'intervista al Sole 24 Ore che sarà necessaria una legge nazionale che tuteli i diritti dei privati gestori, ma in qualche modo li accompagni verso l'uscita da subito.

Inoltre, la riforma Fitto-Ronchi chiudeva definitivamente la stagione dell'in house che ha imperversato da noi dal 2003, a dispetto dei paletti europei. E' la volontà politica delle amministrazioni locali, senza distinzione di colore politico, a imporsi senza un obbligo rigoroso ed esplicito di rispetto di regole di concorrenza e trasparenza. Comuni e Province, con poche eccezioni, hanno sempre difeso strenuamente il loro conflitto d'interesse di un servizio gestito da proprie aziende.


 

 

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