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Energia e Clima > Caldo in città
Adattamento al cambiamento climatico delle città e dei cittadini: intervista a Davide Bazzini
Eco dalle città a colloquio con un esperto di cambiamento climatico e di misure di adattamento in ambito urbano. Le città italiane non sembrano troppo impegnate su questo fronte, eppure sono molti gli interventi che potrebbero essere realizzati, dalla deimpermealizzazione dei suoli all'aumento del verde urbano. Per informare gli amministratori, il ministero dell'Ambiente ha lanciato un progetto che coinvolge esperti e formatori
di Silvana Santo
venerdì 03 agosto 2012 12:50
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Il tema della riduzione delle emissioni di gas serra come mezzo per contrastare il cambiamento climatico è ormai entrato, pur con qualche contraddizione, nel dibattito politico internazionale. Anche le politiche urbane (vedi iniziative come il Patto dei Sindaci) sembrano lentamente muoversi nella direzione del contenimento dei gas climalteranti, ma lo stesso non può dirsi delle misure di adattamento al cambiamento climatico, che nonostante iniziative di formazione per gli amministratori come il progetto PON GAS del ministero dell'Ambiente, stentando ad ottenere la considerazione che meritano, sulla scena internazionale quanto su quella cittadina. Eco dalle Città ne ha parlato don Davide Bazzini, esperto di climate change, di verde urbano e, per l'appunto, di politiche di adattamento in ambito cittadino.
Dottor Bazzini, sembra che le misure di adattamento al cambiamento climatico non abbiano ancora la dovuta attenzione...
In effetti è così. Sulle misure di mitigazione, ovvero quelle che puntano alla riduzione strutturale delle emissioni, esiste ormai un accordo internazionale consolidato, che prevede il taglio dei gas climalteranti, l'aumento dell'uso di fonti rinnovabili e il contenimento dei consumi energetici. Per quanto riguarda invece le misure di adattamento, siamo ancora al “fai da te”. L'Unione europea chiede agli Stati membri di elaborare piani nazionali per l'adattamento al cambiamento climatico, ma non esiste un accordo internazionale sul tema. L'esperienza si limita ancora alle buone pratiche messe in atto in maniera per così dire empirica da Stati e città più virtuosi.
Su scala urbana, quali sono le esperienze maturate in questi anni e cosa si potrebbe ancora fare?
La maggior parte delle esperienze riguardano l'efficientamento energetico del costruito, che oltre a ridurre i consumi e le emissioni di gas serra permette di migliorare l'isolamento energetico degli edifici e quindi aumentare la capacità di adattamento alle ondate di calore e, più in generale, al cambiamento climatico. Da questo punto di vista, la tecnologia disponibile è ormai consolidata, anche se si continua a procedere in modo empirico, anche perché logisticamente è molto più facile intervenire sulle nuove costruzioni.
E al di là dell'efficientamento energetico?
Un altro aspetto su cui le città possono fare molto è quello della deimpermeabilizzazione dei suoli. In passato sono state fatte scelte demenziali in termini di viabilità che hanno portato a un aumento sconsiderato del consumo di suolo passivo, ovvero quello non destinato ad ospitare delle costruzioni. La progressiva estensione delle superfici asfaltate e in generale impermeabili ha depauperato le città della capacità passiva del suolo di assorbire CO2 da una parte e, dall'altra, di permettere l'infiltrazione dell'acqua, con importanti effetti di controllo sulla temperatura e sul grado di umidità degli ambienti urbani.
La parola d'ordine, dunque, è deimpermeabilizzare. Ma cosa stanno facendo le città italiane su questo fronte?
In Italia, ahimè, si sta facendo molto poco. Non so chi, tra le città italiane, possa scagliare la “prima pietra”, chi si possa considerare il più innocente tra i peccatori. Tutte le grandi aree urbane di casa nostra hanno continuato, negli ultimi anni, ad aumentare il consumo di suolo attivo e passivo. Invece è fondamentale che cresca la consapevolezza dell'importanza della liberazione dei suoli, non solo per la salvaguardia della biodiversità, ma appunto per la regolazione del microclima cittadino e anche per l'assorbimento dei gas serra: un solo metro quadrato di suolo libero fissa 25 chilogrammi di CO2 al giorno.
Le città italiane sono dunque bocciate su tutta la linea?
In realtà, qualcosa si sta facendo in termini di adattamento al cambiamento climatico, e riguarda un aspetto direttamente collegato alla liberazione dei suoli. Mi riferisco al recupero del verde urbano e soprattutto dell'agricoltura di prossimità, un altro aspetto fondamentale per migliorare le condizioni climatiche entro i confini cittadini. Mi sembra che da questo punto di vista ci sia una consapevolezza maggiore e si stiano realizzando sempre più azioni concrete. Penso ad esempio all'iniziativa “Torino città da coltivare”, che pone il capoluogo piemontese all'avanguardia, almeno in Italia, su questo fronte. Quello del recupero delle aree verdi e dell'agricoltura urbana, tra l'altro, è un aspetto che coinvolge in prima persona anche i cittadini.
A proposito di cittadini, cosa possono fare i privati per adattarsi al climate change e sopportare meglio le ondate di calore?
La ripresa dell'orticoltura urbana, a lungo relegata come attività marginale, rappresenta un tipico esempio delle iniziative che possono intraprendere i cittadini in prima persona per migliorare la qualità della vita nei propri luoghi di residenza. Non si tratta solo di aumentare la dotazione biologica delle città e di incrementare il consumo di prodotti agricoli a chilometro zero, ma anche di aumentare l'ombreggiamento e ridurre l'impermeabilizzazione dei suoli, migliorando il microclima. Anche chi non dispone di un giardino può realizzare, con costi contenuti, un orto in balcone o un orto in cassetta, equipaggiando la propria casa con piccole dotazioni di verde e di ombra, che aiutano a contrastare l'afa.
E chi non ha il pollice verde?
Sarebbe molto importante, nell'organizzazione delle case, recuperare l'attenzione ai fattori ambientali che tanto peso avevano nell'architettura tradizionale e che nel tempo sono stati via via soppiantati dagli aspetti più strettamente ingegneristici. Accorgimenti come un migliore ombreggiamento dell'abitazione, misure per favorire la ventilazione naturale e anche una sapiente collocazione della zona giorno e della zona notte possono rappresentare espedienti molto utili nell'adattamento alle ondate di calore e al cambiamento climatico.
Lei ha partecipato a una iniziativa del Governo sulle politiche di adattamento. Di che si tratta?
Ho lavorato come formatore al progetto pilota PON GAS del ministero dell'Ambiente, avviato proprio in vista dell'elaborazione del piano d'azione nazionale in tema di adattamento al cambiamento climatico. Il progetto si è avvalso di esperti e formatori per accrescere le competenze degli amministratori pubblici, a cominciare da quelli delle regioni dell'obiettivo convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia). Proprio a queste regioni, tra l'altro, sarà dedicata la seconda fase del progetto, che prenderà il via a settembre e prevede il lancio di una serie di azioni sperimentali sui territori interessati.
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