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di Paolo Piacentini
del 21 maggio 2013
Ieri sera, come capita spesso, ad un incontro sull'importanza del camminare in città, …
Impressioni sulla crisi tra Cosa Giusta e Terra Futura
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Girando per queste nostre eco-fiere tra il 2012 e il 2013 è inevitabile riflettere sul rap…
Meno discarica e più riciclo per la plastica con Recyclass ™
di Silvia Ricci
del 05 maggio 2013
Il consumo di plastica ha avuto nei decenni un trend in costante crescita. Secondo l'ultima e…
Voi cosa pensate sia utile approfondire?
di Roberto Cavallo
del 05 maggio 2013
Non so quanti leggono il mio ecoblog. Vorrei però chiedere un’opinione, un suggerime…
Qualcosa si muove: il 2 e il 4 maggio il Piemonte e l'Italia #cambianostrada
di Giulio Gonella
del 30 aprile 2013
Questa volta ci siamo davvero. Qualcosa si muove in direzione di un trasporto pubblico e di un…
SwissVélosLand, la Svizzera in bici
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del 30 aprile 2013
Viaggiare in Svizzera in bicicletta: fatto. Partiti in 10 e arrivati in 8, abbiamo pedalato p…
Per una mobilità nuova
di Michele Merola
del 29 marzo 2013
Ci sono dei numeri che cito sempre quando parlo della insostenibilità della mobilità…
Una risata ci seppellirà (cit.)
di Giuseppe Piras
del 12 febbraio 2013
L'ACI, primo sponsor delle auto in Italia, lancia la sua campagna per la sicurezza stradale e…
TwitBattitoRM
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del 07 febbraio 2013
E’ il primo tweet a tweet tra candidati alle elezioni, è la prima volta –almen…
La signora, la figliola e la tv ingombrante
di Bru Diarist
del 04 febbraio 2013
Scena esilarante, ed edificante, sull'utilizzo dell'auto in città. È un pom…
Che aria tira a Yellowstone
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Immancabilmente, prima o poi ogni inverno mi ammalo. Raffreddori, influenze, sinusiti, ma ho fa…
Il mio primo post
di Gaetano Capizzi
del 02 settembre 2012
Scusate se sono un po' impacciato ma questo è il mio primo post, non solo su Eco dalle…
Smog > Taranto
Vendola su Ilva (11agosto) Ilva e Taranto salviamole entrambe
La lotta per una acciaieria ecompatibile, le azioni intraprese dalla Regione Puglia. Intervento su Il Manifesto
luned́ 13 agosto 2012 23:33
Le passioni tristi di un Paese spaventato e in crisi esistenziale rischiano di oscurare la portata generale della vicenda Ilva e delle sue dolorose ferite. Anche gli eccessi polemici e la violenza comunicativa di una parte dell'ambientalismo hanno generato disorientamento e paura. Sullo sfondo, e sotto i piedi di una comunità non virtuale, la lenta e lunga stratificazione di veleni, quel «cumulo» che è quasi l'archivio di un pezzo di storia sociale dell'industria e dell'ambiente.
Questo è accaduto in quasi un secolo di modernizzazione e di trasformazione dell'Italia da economia prevalentemente rurale a economia prevalentemente industriale.
Taranto, per la sua collocazione geo-politica nel cuore del Mediterraneo, è stata una calamita «naturale» dei finanziamenti destinati al processo di industrializzazione del Mezzogiorno. Città e industria crescono l'una sull'altra, senza alcun profilo di programmazione urbanistica e sociale, e dalla pancia di quel siderurgico di Stato, chiamato allora Italsider, nasce una nuova classe operaia. La Taranto «proletarizzata» si contrappone alla Taranto delle plebi promosse a clientele. Quando quel soggetto operaio sarà aggredito dalle prime drastiche ristrutturazioni aziendali, quando la dimensione del lavoro subordinato smetterà di essere un pilastro cruciale della costruzione culturale di una comunità, allora il capoluogo ionico precipiterà nell'epopea di Giancarlo Cito, cioè in una rete di affabulatori reazionari e contigui alla malavita. Il mutamento del panorama sociale ha riverberi forti sul panorama politico e sulle sue molteplici ombre, come se il restringimento del perimetro operaio rendesse più agevoli le incursioni criminali.
C'è un Sud in cui la mafia appare come surrogato della politica e della democrazia: e in questo vortice la bella Taranto si è smarrita per diverse stagioni, finendo anche nel precipizio di quel dissesto finanziario da cui è riuscita a risollevarsi in soli quattro anni. Quando si corre con il pensiero dalla struggente bellezza del centro storico o del mare ai grandi camini con le loro ciclopiche lingue di fuoco, occorre sapere che gli ingredienti del conflitto tarantino, i beni che sono entrati pesantemente in gioco, richiedono una visione meno astratta del richiamo paradigmatico, del modello esemplare a cui ispirare la teoria: perché qui siamo tutti convocati a misurarci sulle cose, su un'agenda di scelte nette, su un cronoprogramma svincolato, se possibile, dalle bardature della burocrazia. Siamo ad un passaggio d'epoca, ma un «passaggio» non è un tempo morto, non è un vicolo cieco del fare, è un processo, una transizione, non è un atto mummificato nella gloria, è un parto con doglie.
Pongo una questione: perché si ritiene ormai definitivo e mortale il conflitto tra industria e ambiente, proprio ora che lo sviluppo tecnologico consente costanti abbattimenti di tutte le emissioni inquinanti di natura industriale? Ne aggiungo un'altra, più di natura economica: si ritiene utile e progressista congedare definitivamente il nostro Paese dalla sua storia industriale? Si pensa che sia indifferente per il nostro futuro produttivo abbandonare la siderurgia o la chimica? E la critica del capitalismo finanziario non è anche innervata in quella «cultura del lavoro» che restituisce dignità sociale e giuridica a chi lavora, a chi produce manufatti o idee, a chi crea ricchezza trasformando la natura? Ne aggiungo ancora una, di domande, più di natura ambientale: ma se alla fine il tema da collocare in cima ai nostri pensieri è il surriscaldamento globale del pianeta in cui abitiamo o anche la questione della finitezza delle risorse naturali, il nostro orizzonte di responsabilità deve limitarsi ad affidare ad altri, magari in altri continenti meno avvezzi ai monitoraggi ambientali, l'onere di produrre acciaio? Sono domande che pongo al netto di un'idea radicale, che condivido, di ripensamento critico di quel modello economico che è stato fortemente segnato dai luoghi comuni di un industrialismo cieco e di un produttivismo sempre più alienante e insostenibile.
A Taranto in questi anni è andata in scena una storia insieme semplice ma anche di straordinaria complessità: si è rotto il muro del silenzio che ha confinato la malattia e la morte nella dimensione privata, e ci si è collettivamente interrogati sul valore reale che attribuiamo alla salute e alla vita umana nel recinto del ciclo produttivo. Il mondo del lavoro è un mondo governato solo dalla giurisdizione del profitto? Noi abbiamo detto di no. Contrastando le imprese che operavano e operano in spregio alle leggi e che ignorano i diritti e il diritto. Ma la complessità non è un'invenzione del diavolo. I limiti emissivi previsti dall'Organizzazione mondiale di salute sono assai più rigidi di quelli previsti dalle direttive europee. Le norme relative all'impiantistica industriale non sono sincronizzate con la legislazione sulla qualità dell'aria. Noi in Puglia ci siamo fatti carico di coprire un vuoto normativo, una vacanza del legislatore nazionale. E, subito dopo aver dotato l'Arpa di una struttura organizzata, di più adeguati organici e di mezzi moderni di monitoraggio, abbiamo preso atto degli esiti dei campionamenti e abbiamo varato leggi pesanti: per l'abbattimento delle diossine e dei furani, del benzopirene, del Pm10 e delle polveri sottili. Non c'è nessun altro soggetto pubblico che abbia fatto ciò che ha fatto la mia regione. Si lavora sulle evidenze scientifiche e non sull'immaginazione. Si lavora per rendere compatibile la fabbrica con la città: si può dissentire da questa prospettazione, considerarla inadeguata o ancora ipotecata dalle ombre dell'industrialismo.
Capisco chi considera ontologicamente errato il tema della eco-compatibilità dell'Ilva: purché non si riversino su chi è impegnato a salvare sia il lavoro che la salute accuse infamanti di «intelligenza col padrone». La sostenibilità non è un abracadabra, ma una sfida a più livelli. Sostenibilità plurima, capace di evocare con pienezza il respiro della vita, ma anche l'esercizio concreto dei diritti. Io ho pensato e penso che la chiusura della fabbrica sia innanzitutto una scelta non sostenibile socialmente e assai pericolosa sul piano di quell'ambientalizzazione che rischia di sfumare dall'orizzonte di una città spezzata e impoverita. Molti improvvisati precettori e qualche maldestro speculatore si sono agitati scompostamente nel teatro di questo spicchio pregiato e sfregiato di Magna Grecia: noi abbiamo provato a svolgere un ruolo non notarile, abbiamo - come istituzioni pugliesi - affrontato la famiglia Riva con serietà e durezza: aprendo un conflitto sulla sicurezza all'interno del siderurgico (dove è stato collocato un ambulatorio Inail), abbiamo indicato per legge i compiti da svolgere per liberare i Tamburi e Paolo VI e tutta Taranto dalla sensazione di vivere in una morsa, di fumo e di polvere. Lo sguardo di chi governa deve pesare ciascuno dei beni da tutelare, deve custodire tutte le promesse di futuro, ma soprattutto deve sentire la responsabilità di evitare che vinca il caos, e che l'ardire utopico dei pensieri lunghi si pieghi alla disperazione di un presente immobile, quasi divorato dal suo passato.
Rifiuti a Roma dopo la chiusura di Malagrotta....Oltre ad una buona raccolta differenziata a Roma servono nuovi impianti per smaltire i rifiuti? |














