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Batteri e fertilizzanti, ecco cosa c’è nel Po

 

 

La radiografia del fiume in città. Il professor Gilli, presidente della Smat: "Negli ultimi vent’anni sono state messe sotto controllo e ricondotte nelle fogne acque che sarebbero finite dritte nel Po". I valori sono sufficienti a Torino ma a San Mauro la qualità si degrada. "Ma dal ’90 è migliorato molto" - da La Stampa del 15.07.2009

 

giovedì 16 luglio 2009 12:20

 

Batteri e fertilizzanti, ecco cosa c’è nel Po
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Andrea Rossi

Ci sono gli scarichi abusivi - quelli che nessuno riesce a monitorare - e un’infinità di canali di scolo che riversano nel Po le sostanze più disparate. Le analisi dell’Arpa le rilevano costantemente. Hanno nomi come azoto ammoniacale, azoto nitrico, ossigeno disciolto, domanda di ossigeno chimico e biochimico, fosfati. Classificazioni complesse, che rimandano però a origini, e cause, ben precise: scarichi fognari, reflui delle industrie alimentari e chimiche, scarichi urbani, acque provenienti dal dilavamento di terreni trattati con fertilizzanti o da attività zootecniche, scarichi di natura organica, batteri di vario genere.
Le analisi ci dicono che lo stato di salute del fiume è «sufficiente», almeno a Torino. E’ «buono» a Carmagnola, poi è un lento regredire fino a San Mauro, dove la situazione si fa «scadente». Passati i Murazzi e Parco Michelotti i parametri s’abbassano: nell’acqua vengono rilevate più ammoniaca, più tracce di scarichi di natura organica, civile e zootecnica, più fosforo. Anche la domanda di ossigeno biochimico s’impenna: è l’ossigeno richiesto dai batteri per biodegradare il carico organico in cinque giorni. Tradotto, è un metro dell’inquinamento organico.
In generale il livello di inquinamento oscilla tra «due» e «tre» su un scala che va da «uno» a «cinque». Siamo a metà del guado, insomma. In certi punti, un po’ al di sotto della soglia di sufficienza. Ma sembra esserci una tendenza: lo stato di salute del fiume - al di là della crescita esponenziale dei batteri nell’ultimo anno - è in costante fase di miglioramento. «Un’opera ciclopica», la definisce Giorgio Gilli, docente di Igiene all’Università di Torino e presidente della Smat. «Negli ultimi vent’anni sono state messe sotto controllo e ricondotte nella rete fognaria acque che altrimenti sarebbero finite dritte nel Po con tutto il loro fardello».
I problemi restano due. Il primo ha radici lontane: «C’è una storia pregressa, relativa all’uso che si è fatto del fiume nei decenni scorsi - quando le regole del gioco consentivano massicci scarichi industriali e i controlli erano latenti - che ha provocato una sedimentazione», racconta Gilli. Il secondo riguarda l’immissione di carichi organici: scarichi civili oltre che reflui zootecnici, al punto che la presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Vanda Bonardo rilancia: «Occorre un grande piano di manutenzione e risanamento a partire da un censimento capillare di tutti gli scarichi non a norma». Già, perché se a Torino negli ultimi anni tutti i canali di scolo civili, industriali e commerciali sono stati ricondotti nella rete fognaria, nessuno sa dire che cosa accada a monte. Prima di entrare in città il Po riceve le acque di una complessa rete di rii, canali e torrenti. «E’ ovvio che una parte di queste acque non vengono collettate», ammette il professor Gilli. Nei canali, poi, spesso si riversano acque di dilavamento dei terreni agricoli, dense di nitrati e prodotti fitosanitari oltre a liquami zootecnici. Infine le immissioni abusive, che sono molte e contribuiscono a deturpare il fiume e inquinare le falde.
E’ anche un problema di misure. «Sull’intero bacino del Po – aggiunge Bonardo - viene prodotto un carico inquinante pari a 114 milioni di abitanti. La sola componente zootecnica è responsabile per oltre il 35 per cento». È come se nel bacino, che ha un’estensione pari a un quarto dell’Italia, vivessero, e scaricassero, il doppio degli abitanti del Paese.


 

 

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