Martedì 27 gennaio è diventato ufficiale il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi sul Clima di Parigi. Il processo per il ritiro era iniziato circa un anno fa: nel primo giorno da presidente degli Usa, Donald Trump aveva annunciato questa scelta lanciando un radicale assalto alla politica climatica interna. Si tratta della seconda fuoriuscita dal trattato mondiale del 2015 per il contrasto ai cambiamenti climatici: durante il primo mandato, il presidente americano aveva preso la stessa decisione, ma nel 2021 il suo successore Joe Biden aveva fatto marcia indietro, rientrando negli Accordi.
Gli Stati Uniti, secondi al mondo per emissioni di gas serra, diventano così l’unico Paese a essersi ritirato dal patto e l’unico a non aderire in alcun modo all’accordo, anche se diversi altri lo hanno firmato senza ratificarlo e quindi senza farlo entrare in vigore. L’8 gennaio scorso, intanto, Trump aveva firmato un memorandum che sanciva il ritiro del Paese da 66 organizzazioni internazionali, tra cui la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) del 1992, alla base degli Accordi di Parigi.
Secondo gli esperti queste scelte potrebbero complicare in modo significativo gli sforzi climatici globali. Il ritiro degli Stati Uniti dall’azione per il clima non ha però fermato gli sforzi globali di riduzione delle emissioni. Gli investimenti in energia a basse emissioni di carbonio stanno infatti superando di gran lunga la spesa per i combustibili fossili. Le fonti di energia rinnovabile rappresentano oltre il 90% della nuova capacità di generazione di energia e, in gran parte del mondo, sono ora la fonte più economica di nuova elettricità.











