Temporali che si concentrano in pochi chilometri e in pochi minuti, capaci di mettere sotto pressione corsi d’acqua, pendii e reti di drenaggio: secondo un nuovo data-set di rianalisi meteorologica, le piogge estreme di breve durata stanno diventando sempre più frequenti in alcune zone d’Italia, raddoppiando rispetto a 35 anni fa. A dirlo è uno studio dell’Università statale di Milano, in collaborazione con Consiglio nazionale delle Ricerche, Norwegian Meteorological Institute e Ricerca sul Sistema energetico (Rse).
La ricerca, pubblicata il 18 febbraio, ricostruisce l’evoluzione delle precipitazioni orarie più intense in Italia dal 1986 al 2022. I risultati, pubblicati su “Natural Hazards and Earth System Sciences”, evidenziano un incremento marcato degli eventi che scaricano molta acqua in un’ora in alcune aree della Penisola, soprattutto in estate e autunno.
Secondo lo studio, finanziato con fondi europei, l’incremento risulta particolarmente evidente nelle aree prealpine tra Piemonte e Valle d’Aosta, in Lombardia e in Alto Adige, dove, considerando aree di circa 50×50 km, il numero medio di eventi estremi è passato da circa 10 all’anno negli anni Novanta a oltre 20 nel periodo più recente. Lo stesso criterio mostra un aumento significativo anche in autunno in alcune aree costiere della Liguria, del mare Ionio e della Sardegna, dove i 2–3 episodi estremi annui tipici del passato superano oggi frequentemente la decina.
Questo aumento è presente in varie parti del pianeta per effetto del riscaldamento globale, che contribuisce a rendere i mari più caldi, aumentando l’evaporazione, e consente all’atmosfera di trattenere una maggiore quantità di vapore e di avere a disposizione più energia. Nel loro insieme, questi fattori possono indurre maggiori precipitazioni in tempi ridotti.
“I risultati di questa ricerca – commenta Francesco Cavalleri, dottore di ricerca in Scienze ambientali dell’Università degli Studi di Milano e primo autore – contribuiscono alla comprensione degli effetti del cambiamento climatico sulle precipitazioni estreme in Italia e forniscono informazioni utili per le politiche di protezione civile, per la resilienza delle infrastrutture esistenti e per la pianificazione di quelle future”.
Lo studio sulle piogge estreme di breve durata
I ricercatori hanno condotto l’analisi utilizzando dati atmosferici ad alta risoluzione, chiamati “rianalisi“. Si tratta di dati ottenuti integrando osservazioni dirette e campi prodotti con modelli numerici basati sulle più avanzate conoscenze dei processi fisici, che permettono di ricostruire le condizioni atmosferiche passate con dettaglio orario e risoluzione spaziale di pochi chilometri.
“Il lavoro prodotto – sottolinea Maurizio Maugeri, professore del Dipartimento di Scienze e Politiche ambientali dell’Università degli Studi di Milano e coordinatore della ricerca – ha anche evidenziato l’importanza di integrare dati osservativi tradizionali e nuove forme di dati meteo-climatici, come le rianalisi, sfruttandone le potenzialità e valutandone attentamente le possibili limitazioni. Un utilizzo più diffuso di questi strumenti è di grande importanza perché permette di migliorare notevolmente la valutazione dei rischi legati a frane, alluvioni e altri fenomeni idrogeologici estremi”.
In particolare, i dati di precipitazione oraria sono stati impiegati per estrarre singoli eventi di precipitazione. In ciascuna area sono stati selezionati gli eventi estremi, ovvero quelli che superano la media nel tempo dei valori massimi di precipitazione oraria registrati ogni anno in tale area. Infine, sono state identificate le zone in cui l’occorrenza degli eventi di pioggia estrema risulta in aumento rispetto ai decenni passati.











