Hormuz, Greenpeace: Italia rischia di spendere 10 mln al mese per difendere petrolio e gas

La partecipazione alla missione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz e proteggere il transito del petrolio e del gas nell’area costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale. Lo svelano le stime effettuate dall’osservatorio Milex per Greenpeace Italia, che sono state presentate alla Sala Stampa della Camera dei Deputati giovedì 23 luglio

Hormuz, Greenpeace: Italia rischia di spendere 10 mln al mese per difendere petrolio e gas

La partecipazione alla missione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz e proteggere il transito del petrolio e del gas nell’area costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale. Lo svelano le stime effettuate dall’osservatorio Milex per Greenpeace Italia, che sono state presentate alla Sala Stampa della Camera dei Deputati giovedì 23 luglio.

Un conto salatissimo che, secondo i calcoli di Greenpeace, si aggiungerebbe ai circa 824 milioni di euro che l’Italia spenderà nel corso del 2026 per missioni militari finalizzate in parte alla sorveglianza di piattaforme petrolifere o gasdotti e alla sicurezza del nostro approvvigionamento energetico fossile. 

“Invece di ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas che ci espone a continui shock energetici e alimenta la crisi climatica, il governo Meloni spende centinaia di milioni di euro per difendere con le armi le rotte delle fonti fossili, aggravando la sudditanza dell’Italia e togliendo risorse alla transizione energetica – dichiara Sofia Basso, campaigner pace e disarmo di Greenpeace Italia – È esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto, ovvero tassare le aziende fossili che stanno guadagnando dal caro energia e investire nelle rinnovabili”.  

Tra il 14 e il 16 luglio, le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno riconfermato 50 missioni militari per il 2026 e ne hanno istituite due nuove, una in Iraq e l’altra in Somalia. Analizzando il loro mandato e le dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari, emerge che circa la metà di queste missioni ha un ruolo esplicito nella protezione di asset energetici, rotte petrolifere o del gas, o nel contrasto al contrabbando di petrolio. 

Secondo i calcoli di Greenpeace Italia, negli ultimi cinque anni queste “missioni fossili” sono costate all’Italia circa 4,2 miliardi di fondi pubblici. Tra i casi più eclatanti c’è l’Operazione Mediterraneo Sicuro per la sorveglianza e la protezione militare delle piattaforme dell’Eni nelle acque internazionali davanti le coste libiche; le attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, dove opera sempre Eni, e la missione europea Aspides per proteggere dagli attacchi degli Houthi i flussi di petrolio e gas nelle aree del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Arabico settentrionale.

“Queste missioni militari sono il risultato della strategia fallimentare del governo Meloni. È ora di smettere di investire in militarizzazione degli approvvigionamenti fossili e accelerare sulla transizione energetica, puntando su rinnovabili, efficienza ed elettrificazione nel nostro Paese”, conclude Sofia Basso.

La mappa delle missioni fossili italiane è disponibile qui. Leggi il briefing di approfondimento di Greenpeace qui.

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