La presenza di Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, non riguarda solo l’acqua e gli alimenti, ma si estende anche all’aria che si respira. A certificare la presenza di Pfas nell’aria sono i risultati delle analisi chimiche indipendenti commissionate dalla rete Zero Pfas Italia ed eseguite da laboratori accreditati che hanno rilevato la presenza di queste molecole tossiche nella polvere raccolta sui balconi e nei cortili scolastici in Veneto e in Lombardia.
I campionamenti si sono resi necessari per colmare una lacuna normativa e di trasparenza: ad oggi, infatti, non esistono limiti istituzionali per il rilascio in aria di Pfas stabiliti dagli enti pubblici europei. Le analisi si sono concentrate in particolare a Legnago (Verona), in un’area vicina all’impianto Chemviron in via Togliatti e a sensibili punti di riferimento come il cimitero e la scuola Ungaretti, e sono proseguite in provincia di Brescia, nello specifico a Nuvolera (via Galilei).
I dati emersi dai rapporti di prova delineano un quadro preoccupante. Nel veronese le concentrazioni rilevate nelle polveri mostrano la presenza di Pfba (la molecola a quattro atomi di carbonio) e di altri Pfas a catena più lunga (PFHxA, PFHpA, 6:2FTOH, 8:2FTOH, Pfoa e 6:2FTS), con valori compresi tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Risultati ancora più elevati sono stati registrati a Nuvolera (Brescia), dove il 6:2FTOH, il PFBA e l’8:2FTOH hanno raggiunto rispettivamente picchi di 28,4, 148,8 e 1069,6 μg/kg. Tra le molecole individuate spicca il Pfoa, classificato come cancerogeno certo dallo Iarc.

Ad Arpa Verona è stata fatta richiesta di ricercare i Pfas nell’aria che esce dai camini dell’azienda ma, al meglio delle conoscenze della rete, queste analisi non sono state fatte come si deve: le rassicurazioni omettono dati del Noe e nell’area mancano le centraline richieste da anni alle autorità.
Pfas nell’aria, il quadro europeo e la richiesta di monitoraggio
La questione dei Pfas rappresenta un’emergenza estesa a tutta Europa. Durante un vertice organizzato dall’European Environmental Bureau (Eeb) a Bruxelles, attivisti provenienti da diversi Paesi e colpiti dalla contaminazione hanno denunciato le stesse criticità: residenti con abitazioni a ridosso dei poli chimici, gravi patologie riscontrate nelle comunità locali e il rifiuto da parte delle pubbliche amministrazioni di avviare screening sul sangue o di rendere accessibili i dati ambientali.
Accanto all’aria, restano critiche anche le matrici idriche. Già la scorsa estate, i dati in mano alla rete segnalavano per Bassano del Grappa e Creazzo (Vicenza) concentrazioni di “Pfas totali” superiori ai cento nanogrammi al litro, valori al limite dei parametri vigenti e ritenuti insoddisfacenti dai comitati.
Un quadro reso ancora più complesso dai rigidi parametri di sicurezza stabiliti dall’Autorità europea per la Sicurezza alimentare (Efsa): la dose settimanale tollerabile per la somma di quattro Pfas è fissata a soli 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo (il che significa un limite massimo di 264 ng totali per un adulto di 60 chili e di 88 ng per un bambino di 20 chili). Una soglia minima a fronte di una contaminazione diffusa che spinge la rete Zero Pfas Italia a chiedere maggior trasparenza e un monitoraggio pubblico strutturato, ribadendo la disponibilità a un confronto formale e ad analisi in contraddittorio con le istituzioni.



