La transizione ecologica procede a velocità differenti nelle principali economie mondiali, tra progressi nella diffusione delle fonti rinnovabili, persistente dipendenza dai combustibili fossili e nuove sfide legate alla sicurezza energetica e alle materie prime. È il quadro emerso dalla seconda giornata degli Stati Generali della Green Economy 2026, organizzati a Rimini dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, nell’ambito di Ecomondo, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, della Commissione europea e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
L’incontro, intitolato “La geopolitica della green economy: una finestra sul mondo” e organizzato in collaborazione con Italy for Climate, ha messo a confronto esperti, imprese e decisori politici per analizzare l’andamento della green economy in Cina, Stati Uniti, Europa e Africa.
La green economy come risposta alle tensioni geopolitiche
Secondo Raimondo Orsini, direttore della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, la transizione ecologica può contribuire ad affrontare alcune delle principali criticità dello scenario internazionale.
“In un mondo afflitto da guerre, disuguaglianze sociali e tensioni geopolitiche, la green economy offre una risposta concreta perché riduce i rischi della crisi climatica e assicura una minore dipendenza da importazioni di combustibili fossili e materie prime che sono spesso la causa di questi problemi globali”, ha dichiarato Orsini.
Anche il presidente della Fondazione, Edo Ronchi, ha richiamato le prospettive legate alle elezioni di midterm negli Stati Uniti, dalle quali ha detto di trarre buoni auspici per le politiche climatiche e per una riduzione dello strapotere dei combustibili fossili.
Africa, grandi risorse e forte esposizione alla crisi climatica
Uno degli elementi emersi dalla panoramica di Italy for Climate riguarda la posizione dell’Africa, continente che concentra circa il 25% della biodiversità mondiale, il 30% delle riserve globali di minerali critici e il 60% delle migliori risorse solari.
Nonostante queste disponibilità, i Paesi africani hanno contribuito soltanto al 3% delle emissioni storiche di CO₂, ma subiscono alcuni degli impatti più gravi del cambiamento climatico. Secondo le stime presentate durante l’incontro, entro il 2050 il continente potrebbe registrare il 50% della mortalità in eccesso associata agli effetti della crisi climatica.
Una contraddizione richiamata anche dal primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, premio Nobel per la pace, durante il secondo Vertice africano sul clima: “Non siamo qui per negoziare la nostra sopravvivenza. Siamo qui per progettare la prossima economia climatica mondiale”.
Cina, emissioni stabili e crescita delle rinnovabili
Nel quadro internazionale, la Cina mostra segnali contrastanti. Nel 2025 il Paese avrebbe mantenuto stabili le emissioni di gas serra, nonostante una crescita del Pil del 5%. Un risultato rilevante per il clima, considerando che la Cina rimane il principale emettitore globale, con il 27% delle emissioni di CO₂.
Nello stesso anno ha installato 440 GW di nuova capacità rinnovabile, quasi la metà della capacità aggiunta a livello mondiale. Il Paese ha inoltre registrato un tasso di elettrificazione del 32% nel 2025 e punta a raggiungere il 35% entro il 2035, secondo l’obiettivo “35 entro il ’35” presentato in vista della COP31.
Resta tuttavia aperta la questione del consumo di materiali: negli ultimi 15 anni il consumo pro capite cinese è aumentato del 35%, rendendo l’economia circolare una delle principali sfide ancora da affrontare.
Stati Uniti, crescono le rinnovabili ma aumentano le emissioni
Negli Stati Uniti, nonostante le politiche dell’amministrazione Trump sfavorevoli alla transizione energetica, nel 2025 sono stati aggiunti 40 GW di capacità rinnovabile. Il dato si accompagna però a un aumento delle emissioni di CO₂ dell’1,9%, il maggiore incremento registrato a livello globale.
Il Paese ha raggiunto una capacità di accumulo energetico di 43 GW, che secondo le previsioni potrebbe raddoppiare entro il 2027. Allo stesso tempo, i combustibili fossili continuano a occupare una posizione centrale: gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali di petrolio e gas e nel 2025 hanno investito 211 miliardi di dollari in questo settore.
Europa, progressi nella decarbonizzazione e dipendenza energetica
L’Unione europea presenta risultati significativi sul fronte della riduzione delle emissioni. Dal 1990 ha tagliato del 37% le emissioni di gas serra, mentre nello stesso periodo il Pil è cresciuto del 75%. Il percorso di decarbonizzazione procede tuttavia con maggiore difficoltà: nel 2025 le emissioni sono aumentate dell’1% e la riduzione ha rallentato per il secondo anno consecutivo.
La dipendenza energetica dall’estero resta un altro elemento critico. Nel 2025 l’Europa ha speso 337 miliardi di euro per importare combustibili fossili.
Prosegue invece la diffusione della mobilità elettrica: nel 2025 le auto elettriche sono aumentate del 32%. La quota europea è arrivata a 27 vetture ogni 1.000 abitanti, un valore vicino a quello cinese, pari a 31.
Anche nella produzione di energia elettrica le fonti rinnovabili hanno raggiunto un peso rilevante, arrivando al 48% della generazione complessiva. La capacità rinnovabile europea è inoltre raddoppiata dall’Accordo di Parigi.
Il quadro delineato durante gli Stati Generali evidenzia quindi percorsi differenti e contraddizioni ancora aperte: dalla crescita delle rinnovabili alla dipendenza dai combustibili fossili, fino alle disuguaglianze nella distribuzione degli impatti climatici. La geopolitica della green economy si conferma così strettamente legata alla capacità dei diversi Paesi di accelerare la transizione e ridurre la propria vulnerabilità energetica e ambientale.



