A Torino ogni anno il suq sottrae 2.300 tonnellate ai rifiuti indifferenziati

Le cifre, presentate il 19 febbraio nel corso dell'audizione dell’associazione ViviBalon presso la Commissione Ambiente della Regione, testimoniano ancora una volta che le attività di libero scambio non sono importanti solo da un punto di vista sociale - 8.000 frequentatori settimanali, occupazione per 12 operatori provenienti da fasce fragili - ma anche preziose sul piano ambientale, perché sottraggono rifiuti all'inceneritore, in una città che ha bisogno, come tutte le grandi città, di ridurre il suo indifferenziato residuo

Ogni anno a Torino, grazie al libero scambio, vengono sottratte ai rifiuti indifferenziati e rimesse in circolo qualcosa come 2.300 tonnellate di materiali. Una quantità notevolissima, calcolata moltiplicando i 3.300 chili recuperati e scambiati annualmente da ciascuno dei 700 operatori del cosiddetto suq, che la Regione Piemonte vorrebbe affossare in nome di sicurezza e legalità. I materiali maggiormente recuperati sono vestiti e tessili, casalinghi e piccola mobilia.

Le cifre, presentate giovedì 19 febbraio nel corso dell’audizione dell’associazione ViviBalon presso la Commissione Ambiente della Regione, testimoniano ancora una volta che le attività di libero scambio non sono importanti solo da un punto di vista sociale – 8.000 frequentatori settimanali, occupazione per 12 operatori provenienti da fasce fragili – ma anche preziose sul piano ambientale, perché sottraggono rifiuti all’inceneritore, in una città che ha bisogno, come tutte le grandi città, di ridurre il suo indifferenziato residuo.

E a Torino probabilmente questo è ancora un po’ più necessario, vista l’ipotesi di aggiungere una nuova linea al termovalorizzatore del Gerbido.

Il suq, per occupare l’area di via Carcano, paga ogni anno 85.000 euro annui alla Città di Torino tra suolo pubblico e Tari. Quest’ultima è dovuta per i materiali che rimangono alla fine delle attività, che vengono avviati a riciclo o smaltimento: sono 54 tonnellate annue di indumenti, 35 tonnellate di carta e cartone, 220.000 litri di plastica, 60.000 litri di vetro e lattine. Mentre i circa 10.000 libri recuperati e non scambiati ogni anno vengono ridistribuiti a realtà culturali cittadine.

Tutto il mercato del libero scambio, è bene ribadirlo, è quindi un lavoro stabilmente organizzato e presidiato, con operatori dedicati, eco-point, servizi igienici, piani di sicurezza e collaborazione con soggetti del territorio. I promotori di questa esperienza, così come le forze politiche comunali e regionali che lo sostengono, chiedono a gran voce che la Regione riveda la propria posizione e aggiungono che togliere un presidio e un’organizzazione stabile come questa significa innanzitutto esporre quell’area al rischio concreto di degrado, abbandono di materiali e attività fuori controllo.

Molte città europee promuovono e difendono esperienze analoghe di mercati del riuso e dell’economia circolare, riconoscendone il valore ambientale, sociale ed economico. Osteggiarle è quanto meno miope.

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