Un progetto di Eni in Kenya, presentato come modello per la produzione sostenibile di biocarburanti, è finito sotto esame a seguito di una nuova indagine internazionale. Il 31 marzo 2026, SourceMaterial e Politico hanno pubblicato un’inchiesta, supportata dai dati di T&T, sul programma sviluppato dalla società nel Paese.
Secondo quanto emerso, il progetto, sostenuto anche dal governo italiano, potrebbe avere effetti sulle comunità locali, in particolare in relazione alla sicurezza alimentare e all’uso dei terreni agricoli.
Investimenti e obiettivi dichiarati
Nel 2024, la International Finance Corporation (IFC) e il Fondo italiano per il clima avevano annunciato un investimento da 210 milioni di dollari nelle società controllate di Eni in Kenya. L’iniziativa era stata presentata come un contributo alla decarbonizzazione dei trasporti e allo sviluppo economico locale, con il coinvolgimento fino a 200.000 piccoli agricoltori.

L’obiettivo dichiarato era la produzione di colture non alimentari destinate ai biocarburanti, coltivate su terreni marginali.
Importazioni e flussi verso l’Italia
Dai dati commerciali analizzati da T&T emerge però che una parte rilevante delle materie prime utilizzate non sarebbe prodotta localmente. In particolare, risultano importazioni di colza dal Sudafrica nelle controllate keniote di Eni.
Le registrazioni doganali indicano inoltre che gran parte dell’olio prodotto verrebbe riesportato verso l’Italia, con una quota che potrebbe arrivare fino all’80% delle esportazioni dirette alle bioraffinerie di Gela e Venezia nel 2025. Eni contesta questa stima, indicando una percentuale pari al 40%.
Le criticità segnalate dagli agricoltori
L’inchiesta riporta anche le testimonianze di agricoltori coinvolti nel progetto. Secondo quanto ricostruito, alcuni produttori sarebbero stati incoraggiati a coltivare semi di ricino al posto di colture alimentari come il mais.
Diversi intervistati riferiscono di essere stati successivamente abbandonati dagli intermediari, rimanendo con colture non destinate al consumo e senza sbocchi di mercato. In alcuni casi, la sostituzione delle colture alimentari avrebbe inciso sulla disponibilità di cibo per le famiglie.
Una ricerca condotta da Valerio Bini, docente dell’Università di Milano, su 50 agricoltori coinvolti nel progetto nel maggio 2025 evidenzia che quasi tutti avevano sostituito colture alimentari con colture energetiche.
Dubbi sulla sostenibilità dei biocarburanti
Alla luce di questi elementi, T&T solleva interrogativi sulla sostenibilità dei biocarburanti su larga scala, in particolare quando basati su colture agricole.
Secondo l’organizzazione, i biocarburanti derivati da colture possono offrire benefici climatici limitati e comportare rischi legati al cambiamento d’uso del suolo. Inoltre, possono contribuire a esercitare pressione sulle forniture globali di cibo, già influenzate dal contesto geopolitico internazionale.
Il contesto e le criticità del settore
I biocarburanti rappresentano una componente rilevante del modello industriale di Eni e delle strategie italiane per la decarbonizzazione dei trasporti, anche nel dibattito europeo sulla neutralità tecnologica.
Nelle ultime settimane, un’ulteriore indagine di SourceMaterial ha inoltre evidenziato criticità nei sistemi di certificazione: un esportatore indonesiano certificato ISCC, lo stesso schema utilizzato anche in Kenya, è stato oggetto di verifiche per presunte irregolarità legate alla fornitura di olio di palma vergine etichettato in modo non corretto.











