Forum Diseguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF esprimono netta e ferma contrarietà all’approvazione dell’emendamento al cosiddetto Decreto Bollette che proroga al 2038 la chiusura delle centrali a carbone in Italia.
Si tratta di una decisione grave, che contraddice apertamente gli impegni climatici assunti dal Paese e che interviene in modo repentino su un quadro programmatorio appena definito. La Strategia Energetica del 2017 prima e il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), recentemente adottato e modificato, indicava un percorso di uscita dal carbone entro tempi significativamente più ravvicinati, già al 2025. Smentire oggi quelle scelte, rappresenta un elemento di forte discontinuità istituzionale e mina la credibilità dello Stato nei confronti degli operatori, dei cittadini e delle istituzioni europee.
Utilizzare l’emergenza energetica come giustificazione per il prolungamento del carbone appare una scelta strumentale, non supportata da alcuna evidenza tecnica. La combustione del carbone è quella che provoca le più alte emissioni di CO2, ma il carbone emette anche altissimi tassi di anidride solforosa, ossidi di azoto, particolato, metalli pesanti per unità di energia prodotta con impatti sulla salute devastanti, come testimonia una sterminata letteratura scientifica.
La proroga al 2038 solleva, inoltre, rilevanti criticità sul piano giuridico. Alla luce della riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che rafforzano la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, il prolungamento dell’utilizzo della fonte fossile a maggior tasso di emissioni climalteranti rischia di configurarsi come una misura in contrasto con i principi costituzionali.
Tale scelta potrebbe, inoltre, risultare incompatibile con gli obblighi derivanti dal diritto europeo e dal diritto internazionale. In questo quadro, infatti, politiche pubbliche che comportino un aggravamento prevedibile e duraturo dei livelli di inquinamento e delle emissioni climalteranti potrebbero esporre lo Stato a profili di responsabilità anche sul piano sovranazionale.
Da ultimo, il continuo mutamento degli indirizzi di politica energetica compromette significativamente la certezza del quadro regolatorio e rischia di rallentare gli investimenti nelle tecnologie pulite, aggravando la dipendenza dalle fonti fossili e i costi per cittadini e imprese. Così si compromette il futuro dei giovani anche dal punto di vista economico, non solo con la crisi climatica.
Forum Diseguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF ritengono che questa decisione rappresenti un passo indietro ingiustificato e pericoloso. La sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi si costruiscono, infatti, solamente accelerando la transizione verso fonti rinnovabili, sistemi di accumulo, efficienza energetica e reti moderne, non prolungando l’utilizzo delle fonti più dannose. Guardando all’attuale conflitto e crisi energetica, infatti, l’Italia potrebbe ridurre la propria dipendenza dal gas del Qatar dell’85% in appena 12 mesi con investimenti mirati nei settori citati, senza dover ricorrere all’utilizzo di Carbone né tantomeno a nuovi contratti per il gas fossile o nuove infrastrutture.
Si chiede pertanto al Governo di ripensarci e al Parlamento di non votare il provvedimento, lavorando invece per riallineare le politiche energetiche agli impegni assunti, al quadro normativo vigente e ai principi costituzionali, evitando di esporre il Paese a rischi ambientali, economici e giuridici non giustificabili.











