Economia circolare: imprese italiane crescono nelle pratiche e negli investimenti

Nel Rapporto Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, presentato ad Ecomondo, i dati di un’indagine condotta in collaborazione con Ipsos Doxa: è l’anno del consolidamento per l'economia circolare italiana, in cui crescono le imprese che adottano le pratiche e gli investimenti medi, ma i risparmi in denaro ed emissioni sono il 17% delle previsioni al 2030. Aumentano i benefici, ma il mercato appare polarizzato tra chi ha intrapreso la transizione e chi non intende ancora avviarla

Economia circolare italiana: crescono imprese sia nelle pratiche che negli investimenti

Per l’economia circolare italiana, il 2026 è l’anno del consolidamento: sale al 35% (dal 34% del 2025) la percentuale di imprese che ne adottano le pratiche, dunque oltre 1 su 3, con un aumento in quasi tutte le classi dimensionali – soprattutto grandi aziende (+3%) e micro realtà (+5%) – e un livello di maturità stabile, 3 su 5. Anche l’investimento medio stimato passa da 131.000 a 189.000 euro (+44%), in particolare grazie alle grandi imprese. Tuttavia, la quota di chi pensa di introdurre in futuro pratiche circolari scende dal 34% al 31%, mentre sale dal 31% al 34% quella di chi non prevede di farlo. Il mercato appare quindi più diviso tra chi ha intrapreso la transizione e chi non intende ancora avviarla.

Lo rivela un’indagine demoscopica realizzata da Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Ipsos Doxa.

La survey, condotta tra aprile e giugno 2026 su un campione rappresentativo di 309 imprese, è contenuta nel Circular Economy & Resource Efficiency Report presentato oggi a Ecomondo. Ora però la sfida è scalare il valore. L’economia circolare in Italia sta generando sempre maggiori risparmi (19,8 miliardi di euro l’anno, +8,2% rispetto al 2025) e riduzioni delle emissioni (2,8 MtCO₂s annue in meno), ma si tratta di appena il 17% rispetto al potenziale teorico al 2030. Per colmare il divario – mancano 99 miliardi di euro di risparmi e 14 MtCO₂eq di emissioni – occorre accelerare significativamente e passare dai singoli interventi alla costruzione di tecnologie e di filiere industriali complete, nazionali ed europee, in grado di valorizzare le risorse e dare vita a mercati stabili.

Benefici stimati dell’economia circolare in Italia e divario rispetto al potenziale al 2030

“L’Unione europea – commenta Davide Chiaroni, vicedirettore di Energy&Strategy e responsabile del Report – sta spostando l’attenzione dalla gestione dei rifiuti, in cui l’Italia è tra i primi Paesi al mondo, alla costruzione di mercati unici circolari, estendendo i principi di circolarità a tutta la vita dei prodotti. Riciclare materiali a basso valore aggiunto non è più sufficiente, serve recuperare le materie prime critiche, che assumono un ruolo sempre più strategico”.

I recenti provvedimenti europei in materia di progettazione ecocompatibile, imballaggi, batterie e veicoli fuori uso intervengono infatti sull’intero Life Cycle, e in questo percorso si inserisce il previsto Circular Economy Act, chiamato a rafforzare il mercato delle materie prime seconde, armonizzare i criteri dell’End of Waste (quando un rifiuto smette di esserlo, grazie al recupero) e portare l’obiettivo europeo di utilizzo circolare dei materiali dall’11,8% al 24% entro il 2030. Per le materie prime critiche, gli obiettivi di riferimento sono 10% per l’estrazione, 40% per la trasformazione e 15% per il riciclo.

“Il punto centrale, infatti – continua Chiaroni – non è soltanto recuperare più materiali, ma fare in modo che possano essere reimpiegati in produzioni europee ad alto valore aggiunto, così da ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Questo disallineamento tra ambizioni e capacità operative emerge con particolare evidenza nell’analisi delle filiere del fine vita dei moduli fotovoltaici e delle batterie al litio: due ambiti nei quali l’aumento dei flussi da gestire può diventare un’opportunità industriale, ma solo se alla raccolta si affianca il recupero dei materiali di maggior valore”.

“La crescita dell’economia circolare non può essere affidata alla sola diffusione delle pratiche o all’aumento dei flussi raccolti – conclude Chiaroni -. È necessario rafforzare insieme la misurazione dei risultati, le competenze nelle imprese, l’efficacia dei sistemi di raccolta, le tecnologie di recupero ad alto valore e la domanda industriale di materiali secondari. In questa prospettiva, la circolarità può assumere un ruolo sempre più rilevante non soltanto nella sostenibilità ambientale, ma anche nella competitività e nell’autonomia del sistema produttivo italiano ed europeo. L’efficacia delle politiche dipenderà dalla capacità di tradurre i nuovi obblighi in condizioni industriali ed economiche concrete”.

Gli aspetti normativi: i nodi dell’attuazione italiana

Dal punto di vista normativo, in Italia il quadro restituisce progressi e ritardi. Sulla base dell’ultimo monitoraggio riportato nel Rapporto, 66 dei 104 obiettivi del cronoprogramma della Strategia nazionale per l’economia circolare risultano attuati, 24 sono in corso e 14 ancora da completare. Anche il recepimento della disciplina europea sulle batterie rappresenta un avanzamento concreto, in linea con le politiche comunitarie.

Rimangono però incertezze su disposizioni essenziali per gli operatori, ad esempio la qualificazione dei materiali come rifiuti, sottoprodotti o materie prime seconde (End of Waste), che continuano a condizionare gli investimenti e la realizzazione di modelli di simbiosi industriale, e il sistema Epr sulla responsabilità estesa del produttore, che consentirebbe di allineare tutta la filiera. Inoltre, la rimodulazione della dotazione PNRR destinata agli impianti di gestione dei rifiuti e ai “progetti faro” – dai 2,1 miliardi di euro iniziali a 1,764 miliardi – riduce la visibilità sia delle risorse disponibili che della continuità degli interventi, mentre per le materie prime critiche permane una distanza tra stanziamenti e denaro effettivamente erogato.

L’indagine: investimenti in aumento, ma benefici economici ancora distanti dal potenziale

Scendendo più nel dettaglio dell’indagine condotta in collaborazione con Ipsos Doxa, l’adozione di pratiche circolari interessa ormai tutte le classi dimensionali di imprese italiane, ma con differenze rilevanti. Le grandi aziende, che ormai considerano queste politiche come parte integrante del loro modello, risultano già attive per il 42%, contro il 32% delle micro, che invece spingono un po’ sul freno: il livello di maturità resta invariato rispetto al 2025 (3,1 su 5), mentre si rafforza la misurazione dei risultati, presente nel 28% del campione (pari all’80% degli adottanti). Al contrario, la trasformazione organizzativa procede lentamente: solo il 9% dispone di una figura interamente dedicata a questi temi.

L’investimento medio è salito a 189.000 euro nel 2026 (+44%): gli interventi superiori a 500.000 euro sono passati dal 4% al 13%, concentrati soprattutto nelle imprese medio-grandi e in alcuni comparti, come l’agricoltura, ma quasi 2 su 3 rimangono inferiori a 150.000 euro. La distribuzione per macrosettore è molto concentrata: Costruzioni e Materiale da costruzione (35%) e Alimentare e Bevande (31%) contribuiscono da soli per circa due terzi dei risparmi, cioè 13 miliardi di euro su quasi 20, e se si aggiungono gli Autoveicoli (11%) si arriva al 77%. Gli altri cinque macrosettori (Impiantistica industriale, Elettronica, Tessile e Abbigliamento, Mobile e Arredamento, Imballaggi) pesano per il restante 23%: il contributo di ciascun macrosettore al risparmio totale dipende sia dal suo peso economico, sia dall’intensità con cui adotta pratiche circolari.

Focus: il valore del recupero di fotovoltaico e batterie in Italia

L’approfondimento del Rapporto sul periodo 2026-2040 analizza il valore teorico dei materiali recuperabili dal fine vita dei moduli fotovoltaici e delle batterie al litio in Italia. Le principali criticità rimangono nella raccolta a monte: grazie all’attività dei consorzi e all’efficienza delle filiere organizzate, infatti, i flussi di rifiuti prelevati vengono avviati efficacemente al recupero, ma per diverse categorie una parte rilevante non viene intercettata e una quota ulteriore non è adeguatamente valorizzata.

I moduli fotovoltaici, ad esempio, contengono circa 1,9 milioni di tonnellate di materiali potenzialmente recuperabili, pari a 3 milioni di euro. Al momento, però, il 64% del valore non viene raccolto, un ulteriore 28% viene perso a causa di trattamenti insufficienti e solo l’8%, cioè 0,2 miliardi, viene valorizzato. Le filiere consolidate, infatti, lavorano soprattutto alluminio e rame, mentre il trattamento delle frazioni contenenti silicio e argento, oltre il 70% del valore dei materiali, richiedono processi più avanzati. Il previsto aumento dei flussi di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) fotovoltaici rende prioritario sviluppare modalità che ne preservino il potenziale.

Quanto alle batterie al litio, i cui volumi sono in costante crescita, la capacità italiana di pretrattamento sta crescendo, ma quella di raffinazione della massa nera è ancora limitata e la mancanza di una filiera integrata ostacola la valorizzazione di litio, nichel e cobalto. Di circa 629.000 tonnellate destinate al riciclo, per un valore di 6,2 miliardi di euro, solo 1 miliardo (16%) è recuperabile nello scenario attuale, a fronte del 64% non raccolto e di un ulteriore 19% perso a causa di trattamenti insufficienti. Diventa dunque decisiva la costruzione di una filiera in grado di valorizzare le materie prime critiche contenute nelle batterie e di reinserirle nella produzione industriale europea.

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