Fast Fashion o Trash Fashion? L’insostenibilità di un’iperproduzione che inibisce riuso e riciclo

In quasi ogni città del mondo da Delhi a New York, da Milano a Berlino, da Singapore a Bangkok, i centri sono affollati dei cosiddetti flagship store, negozi monomarca che rappresentano la geografia del nostro immaginario quotidiano. Per sostenere le vendite in queste migliaia di negozi e quindi per dare in pasto a noi consumatori novità continue, le catene sono passate da 4 a 24 collezioni l'anno. Così oggi il Cile, il Ghana, l'India, il Mali, solo per citare alcuni paesi, sono letteralmente invasi dai residui di questa iperproduzione, che oltre a far crollare i prezzi del mercato dell'usato, inibisce il riciclo di gran parte delle fibre sintetiche

Fast Fashion

Il fenomeno della cosiddetta fast fashion è diventato pervasivo, onnipresente, tanto che anche i media mainstream se ne occupano con frequenza. Ma in cosa consiste la fast fashion? I marchi di massa della moda hanno trasformato la loro presenza sul mercato da secondaria, rispetto ai brand nati negli anno 80 e diventati leggendari nei decenni successivi, a dominante sui mercati globali attraverso un’invasione che oggi abbiamo tutti sotto gli occhi.

In quasi ogni città del mondo da Delhi a New York, da Milano a Berlino, da Singapore a Bangkok, i centri sono affollati dei cosiddetti flagship store, negozi monomarca che rappresentano la geografia del nostro immaginario quotidiano. Per sostenere le vendite in queste migliaia di negozi e quindi per dare in pasto a noi consumatori novità continue, le catene sono passate da 4 a 24 collezioni l’anno, quindi con uscite quindicinali: il costo del prodotto è stato progressivamente ridotto, in abbinamento al lancio di novità settimanali, per poter sostenere la domanda da parte del consumatore.

Per fare ciò la qualità delle fibre e della fattura dei capi è stata drasticamente abbassata: d’altra parte se ogni settimana ci propongono l’acquisto di un capo, è evidente che quel che conta è la novità non certo la qualità del prodotto.

In tutto questo i dati ci dicono che la produzione di abbigliamento e accessori contribuisce all’inquinamento per una quota importante, tra l’8 e il 10 % delle emissioni di gas serra, con un consumo per la produzione di quasi 100 miliardi di metri cubi d’acqua (dati https://lab24.ilsole24ore.com/).

Così, oltre a tale enorme impatto, oggi il Cile, il Ghana, l’India, il Mali, solo per citare alcuni paesi, sono letteralmente invasi dai residui di questa iperproduzione. Questo, oltre a far crollare, tra l’altro, i prezzi del mercato dell’usato, e quindi la quota di riuso degli abiti raccolti in Europa e Stati Uniti (l’Europa è il più grande mercato mondiale dell’abbigliamento al mondo), inibisce il riciclo di gran parte delle fibre sintetiche (o miste, quando la fibra naturale è sotto il 50% della composizione).

In generale il riciclo delle fibre sintetiche è un procedimento complesso, che richiede procedimenti industriali chimici e lavorazioni elaborate e costose. Oggi, scremate le parti riutilizzabili della raccolta del tessile usato, quello che rimane prende due strade, da un lato la termovalorizzazione, che ha raggiunto costi elevati (in Italia parliamo di circa 300 € a tonnellata), dall’altro la strada più semplice, l’invio in paesi in cui la legislazione permette agli importatori locali gli scempi che vediamo documentati su diversi media (sul tema un interessante articolo a questo link).

Un design sostenibile che renda possibile la riparabilità, prolunghi la vita delle cose (oltre ovviamente ad intervenire sulla produzione in modo da renderla il meno energivora possibile), unita alla EPR, la Responsabilità Estesa del Produttore, potrebbe imporre non solo standard di produzione ecosostenibili alle multinazionali, ma anche raccogliere e indirizzare la fine vita dei capi con un sostegno economico che ne permetta il corretto smaltimento. Infatti ad oggi in moltissimi paesi europei i raccoglitori di tessile devono autofinanziare la raccolta, a volte corrispondendo su base d’asta una cifra sui volumi raccolti al concessionario (in genere un Ente Locale).

La EPR per il settore del tessile è oggi parte integrante delle Direttive Europee, i Paesi UE la stanno lentamente attuando (la data limite per l’entrata in vigore è il 2025): in Italia la legge relativa è stata pubblicata, ma mancano i decreti attuativi, mentre alcuni consorzi si stanno attrezzando. Vedremo se in Europa la Extended Producer Responsability contribuirà a risolvere il problema e se le aziende produttrici e i raccoglitori di tessile si adegueranno costruendo filiere trasparenti sui prodotti, fino al loro “fine vita”, come alcuni stanno cercando di fare.

Nel frattempo già si parla di una nuova frontiera e cioè dell’UPR (Ultimate Extended Responsability), da noi denominata Responsabilità Finale del Produttore, che obbligherebbe i produttori (tessile ed elettrodomestici sono i due settori più delicati ad oggi) a rendersi responsabili di tutto il ciclo di un prodotto, a prescindere dal tipo di posizione nella catena produttiva e di vendita (produttore, distributore, venditore al dettaglio, raccoglitore post consumo).

Secondo i promotori, le Università di Utrecht e di Hull, questo approccio potrebbe superare i limiti attuali della EPR e soprattutto impedire lo smaltimento illegale di rifiuti tessili, premiando così i raccoglitori corretti (la maggior parte) e soprattutto, incidendo sull’impatto ambientale del settore tessile.