Gas e geopolitica, Greenpeace avverte: per l’Ue rischio nuova dipendenza energetica Usa

L’organizzazione ambientalista contesta la strategia europea dopo il divieto di importazione del gas russo e segnala il pericolo di una crescente esposizione al gas liquefatto statunitense, con effetti su autonomia politica, sicurezza energetica e transizione verso le fonti rinnovabili

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Il divieto di importazione del gas russo da parte dell’Unione europea apre una nuova fase della politica energetica comunitaria, ma secondo Greenpeace il rischio è quello di sostituire una dipendenza con un’altra. A Bruxelles, il 26 gennaio 2026, attiviste e attivisti di Greenpeace Belgio hanno messo in scena un’azione simbolica davanti alla sede del Consiglio europeo per denunciare la prospettiva di un crescente ricorso al gas liquefatto statunitense.

Durante la protesta sono state collocate sagome giganti di Vladimir Putin e Donald Trump seduti su una nave metaniera, a rappresentare la continuità della dipendenza europea dai combustibili fossili provenienti da Paesi guidati da leader considerati autoritari. Secondo un’analisi diffusa da Greenpeace, in Europa arrivano ogni giorno tra due e tre navi di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, un flusso destinato ad aumentare nei prossimi anni.

Secondo Lisa Göldner, rappresentante di Greenpeace Germania, la sicurezza energetica europea è strettamente legata all’indipendenza politica. Una maggiore esposizione alle importazioni di gas dagli Stati Uniti renderebbe l’Unione più vulnerabile a pressioni esterne, rallentando al tempo stesso la transizione verso un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili.

I dati diffusi dall’organizzazione indicano che dal gennaio 2025, data del secondo insediamento di Donald Trump, i Paesi dell’Ue avrebbero importato gas statunitense per un valore stimato di 28 miliardi di euro. Dall’inizio del 2026, inoltre, oltre 60 navi metaniere provenienti dagli Stati Uniti sarebbero arrivate nei porti europei, nove delle quali in Italia.

Una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis segnala come la quota di Gnl statunitense nelle importazioni europee sia destinata a crescere. Nel 2025 avrebbe rappresentato circa il 57% delle forniture, con una possibile salita fino all’80% entro il 2030, rafforzando una nuova forma di dipendenza energetica.

Sul fronte italiano, Greenpeace sottolinea che circa il 12% del Gnl statunitense diretto in Europa viene importato nel Paese, mentre Eni ha avviato accordi di fornitura pluridecennali con aziende statunitensi. Secondo Simona Abbate, portavoce di Greenpeace Italia, questa scelta solleva interrogativi sul concetto di sovranità energetica, soprattutto a fronte del potenziale ancora inespresso delle energie rinnovabili.

L’organizzazione ambientalista chiede all’Unione europea di ritirare l’impegno ad acquistare energia, in gran parte gas fossile, dagli Stati Uniti per 750 miliardi di dollari entro il 2028, di interrompere i negoziati per nuovi contratti di fornitura e di avviare un piano di uscita dal gas statunitense. Tra le richieste figurano anche la revisione dei contratti a lungo termine già sottoscritti, la riduzione strutturale della domanda di gas e un’accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili prodotte in Europa.

Dall’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, Greenpeace ha promosso numerose azioni dirette contro le importazioni di petrolio e gas fossile, intervenendo in diversi Paesi europei, tra cui Finlandia, Belgio, Danimarca, Francia, Spagna e Italia, con l’obiettivo di evidenziare i legami tra energia fossile, conflitti geopolitici e crisi climatica.

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