Gli Ecomori nei mercati di Torino: vita, lavoro, scambi sociali | Storie senza frontiere

Iniziamo a raccontare i nostri progetti di recupero e redistribuzione delle eccedenze alimentari attraverso la voce dei ragazzi e delle ragazze straniere che ci lavorano. Quello che fanno, quello che amano delle attività di cui sono protagonisti e come tutto questo li abbia cambiati

718

A fine novembre, a meno di un mese da Natale, gli Ecomori che lavorano con Eco dalle Città sono tutti indaffarati nei vari mercati di Torino dove sono attivi i nostri progetti di recupero e redistribuzione di frutta e verdura, ma trovano il tempo per parlare di quello che fanno, di quello che amano delle attività di cui sono protagonisti e di come tutto questo li abbia cambiati. Inoltre si interrogano se quello che fanno qui potrebbe essere riprodotto nei loro paesi d’origine.

Sono tutti felici “di aiutare”. Nelle loro parole si sente la gioia di rendersi utili con questo lavoro. Ce lo dice Ouial Betteck, originario del Marocco, che ci racconta del luccichio negli occhi di chi riceve le cassette di cibo, il momento che ama di più. Anche Abdulaye, arrivato dal Gambia, spiega che ama “aiutare le persone di cuore, quelle interessate e interessanti”, che hanno il suo numero e gli scrivono su whatsapp per sapere se c’è qualcosa da poter ritirare al mercato.

Ad alcuni ragazzi il mercato di Porta Palazzo, dove è attivo il primo progetto anti spreco, non insegna solamente quel che devono fare, ma anche quello che vogliono diventare. Omar Sillah, il decano dei progetti di economia circolare e inclusione sociale di Eco dalle Città, ci dice che l’integrazione è più semplice quando si frequenta il mercato, perché si parla con tantissima gente diversa e anche i suoi colleghi più timidi e riservati sono riusciti ad aprirsi, entrando in contatto con le varie culture che li circondano e conoscendole meglio.

Boubacar Diallo, originario dal Senegal, mi racconta anche lui di essere entusiasta di raccogliere frutta e verdura che altrimenti verrebbero buttate, un’attività che aiuta molte persone in difficoltà e allo stesso tempo fornisce un contributo non indifferente al contrasto dello spreco alimentare. Ifeoluwa Fidan ci spiega invece che la sua vita, da quando fa parte di questo progetto, è cambiata: non aveva mai fatto parte di un’associazione così peculiare e dinamica da quando è arrivata dalla Nigeria.

Adishirinli Fidan dalla Bulgaria, che in Italia si fa chiamare Smilla, ha trovato nelle attività dei mercati un incrocio di culture che si mischiano e si aiutano a vicenda e a lei piace lavorare con le sue mani, aiutare chi ne ha bisogno ed evitare lo spreco di cibo, due propositi cardine della sua religione musulmana.

Ma tutto questo, in Africa, da dove vengono molti Ecomori, sarebbe possibile?

Le opinioni dei nostri ragazzi sono contrastanti. Qualcuno, come Omar, dice che non sarebbe possibile nel suo paese, il Gambia, perché non ci sono esempi di agricoltura intensiva che provochino l’esistenza di sprechi alimentari ingenti. Anche Boubacar Diallo, che viene dal Senegal, la pensa così. Secondo lui in Africa non ci sono mercati che creino tanto spreco.

Di opinione diametralmente opposta è invece Serge Dieko, che descrive un’Africa in cui gli sprechi alimentari sono visibili e non recuperati, lasciando affamato chi non ha da mangiare. Marvis Ehes è indeciso e non sa se tutto questo sarebbe possibile in Nigeria, suo paese d’origine.

Le vite di questi ragazzi sono cambiate, così come le loro abitudini alimentari. Qualcosa di ciò che viene recuperato nei mercati va anche a loro, quindi hanno iniziato a cucinare molto di più “all’italiana”, usando alimenti che prima non erano presenti nella loro dieta.

Li saluto mentre il mercato sta per chiudere, quindi loro stanno per iniziare il loro lavoro. In bocca al lupo a Ouail, Abdul, Omar, Boubacar, Ifelouwa, Smilla, Marvis e a tutti gli altri. Che il turno abbia inizio e arrivederci alla prossima cronaca dai mercati.