Verde urbano, luce artificiale notturna e inquinamento atmosferico da traffico veicolare impattano in diversi modi sul rischio di insorgenza della demenza precoce e sull’evoluzione dei sintomi nei pazienti già diagnosticati: si tratta del declino delle funzioni cognitive che insorge in età inferiore ai 65 anni. A dirlo è il progetto Doubts, coordinato da Politecnico di Milano, insieme a Università di Modena e Reggio Emilia e Università di Pavia.
Sono quindi tre i fattori chiave, comuni nelle nostre città, che possono avere un impatto. Mentre l’inquinamento atmosferico, attraverso l’esposizione al benzene, aumenta il rischio di insorgenza, gli altri due fattori sono più compromessi. Il verde urbano può rappresentare una riduzione del rischio di insorgenza, ma anche un aumento del rischio di apatia nei pazienti che hanno già una diagnosi. Anche la luce artificiale notturna ha un doppio ruolo: livelli elevati di luce sono associati a un minor rischio di insorgenza, ma, nei soggetti con deterioramento cognitivo lieve, a un aumento di oltre tre volte del rischio di conversione in demenza.
“Nel complesso – spiega il coordinatore Andrea Rebecchi del Politecnico di Milano -, i risultati di Doubts indicano che la creazione di ambienti dementia-friendly richiede un approccio integrato. Il verde urbano deve essere progettato per evitare l’isolamento sociale, e l’inquinamento atmosferico e luminoso deve essere ridotto attraverso politiche di pianificazione urbana”. I risultati del progetto verranno presentati il 12 marzo 2026 dalle 16.45 alle 17.30 durante un seminario all’edificio “Trifoglio” del Politecnico di Milano.
Il primo problema: l’inquinamento atmosferico
L’esposizione al benzene, usato come indicatore dell’inquinamento da traffico veicolare, è associata a un aumento del rischio di insorgenza della demenza precoce, in particolare per il sottotipo Alzheimer, con una crescita quasi lineare del rischio oltre la soglia di 1,2 µg/m³.
“La presenza di un effetto soglia dei livelli di inquinamento da traffico per l’aumento del rischio di tale patologia risulta molto importante dal punto di vista della sanità pubblica per la definizione di limiti di esposizione, specie per le categorie vulnerabili”, spiegano Tommaso Filippini e Marco Vinceti, docenti dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “Va notato inoltre – continuano – come i livelli medi di esposizione della popolazione siano in realtà molto inferiori rispetto a tale soglia, indicando l’efficacia degli interventi di riduzione delle emissioni degli anni passati e ancora in corso».
Un altro fattore che impatta sulla demenza precoce: il verde urbano
Il verde urbano agisce come fattore protettivo per il decadimento cognitivo e in particolare l’insorgenza della demenza a esordio precoce, soprattutto per l’Alzheimer. La presenza di spazi verdi urbani di qualità è associata a una drastica riduzione del rischio, per via della promozione dell’attività fisica, e della riduzione di stress e processi ossidativi.
Un risultato controintuitivo mostra invece che livelli molto elevati di verde urbano sono associati a un aumento del rischio di apatia nei pazienti che hanno già una diagnosi di demenza: un isolamento sociale tipico dei contesti poco urbanizzati.
Anche la luce artificiale notturna ha un ruolo chiave
La luce artificiale notturna (Alan) ha un doppio ruolo. Da un lato, livelli elevati di luce esterna notturna sono associati a un minor rischio di insorgenza della demenza precoce, probabilmente perché le persone più esposte a luce notturna sono anche quelle con una vita sociale più intensa: ne deriva una maggiore stimolazione cognitiva.
Dall’altro lato, nei soggetti con deterioramento cognitivo lieve, un’elevata esposizione aumenta di oltre tre volte il rischio di conversione in demenza. Nei pazienti che hanno già una diagnosi di demenza, l’Alan è uno dei principali fattori aggravanti dei sintomi neuropsichiatrici. Esposizioni superiori alla mediana raddoppiano il rischio di deliri, allucinazioni e disturbi del sonno, con un impatto particolarmente marcato sui disturbi del ritmo sonno-veglia.
Il progetto coinvolge un team interdisciplinare composto da Stefano Capolongo e Silvia Mangili del Dabc del Politecnico di Milano, Filippini e Vinceti dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Anna Odone e Paola Bertuccio dell’Università di Pavia. Lo studio ha usato, in particolare nella provincia di Modena, dati ambientali ad alta risoluzione, inclusi dataset satellitari, e modelli statistici avanzati.











