Povertà alimentare: per uscirne servono reddito e competenze

Lo spiegano i curatori del progetto "Mai Più Fame: dall'emergenza all'autonomia", in cui per ogni euro destinato al progetto ne vengono generati due di valore sociale: un investimento che si trasforma in moltiplicatore economico. A quattro anni dalla partenza dell'iniziativa, il 60% delle famiglie vulnerabili coinvolte ha trovato lavoro o ripreso un percorso formativo: l'83% dei beneficiari sono donne

Mai Più Fame

Quattro anni, 616 famiglie seguite, 1.850 persone raggiunte. E un risultato che trasforma un investimento sociale in un moltiplicatore economico: per ogni euro destinato al progetto “Mai Più Fame: dall’emergenza all’autonomia“, ne vengono generati due di valore sociale. A dirlo è Triadi, spin-off del Politecnico di Milano: i dati sono stati presentati il 31 marzo scorso all’evento Zero Hunger Corporate Lab, organizzato da Azione Contro la Fame in partnership con Il Sole 24 Ore.

Secondo i dati Istat 2025, 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui 1,3 milioni sono minori. Circa 6 milioni di persone non possono permettersi un pasto proteico ogni due giorni. L’aumento del costo della vita ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie più fragili, trasformando l’insicurezza alimentare da eccezione a condizione strutturale.

Ma secondo Ilaria Adinolfi, coordinatrice dei Programmi di Intervento in Italia per Azione Contro la Fame – distribuire cibo non basta: senza interventi su reddito, competenze e abitudini, la traiettoria di povertà non si interrompe. “Oggi in Italia circa una persona su dieci vive una condizione di insicurezza alimentare, un dato ormai strutturale – sottolinea Adinolfi -. Mai Più Fame supporta le famiglie vulnerabili nell’emergenza, ma soprattutto le accompagna verso l’autonomia: attraverso l’educazione alimentare e il sostegno all’inclusione lavorativa. Il progetto funziona e vale la pena replicarlo”.

Percorso e risultati del progetto Mai Più Fame

Avviato nel 2022 Mai Più Fame opera oggi a Milano, nei quartieri Gallaratese e Milano Sud, Napoli, a Forcella e ai Quartieri Spagnoli e, più recentemente, Bari. L’iniziativa coinvolge ogni anno 200 famiglie vulnerabili, selezionate tra le situazioni di maggiore fragilità: ad esempio nuclei numerosi con minori piccoli, madri sole, disoccupati di lungo termine o donne vittime di violenza.

Il progetto si articola in tre assi complementari. Innanzitutto, un sostegno immediato alla spesa, attraverso tessere alimentari che rispondano ai bisogni primari per garantire una base nutrizionale adeguata. Un altro aspetto è l’educazione nutrizionale: vengono organizzati laboratori, guide e consulenze personalizzate per migliorare le abitudini alimentari e ridurre lo spreco domestico. Di fondamentale importanza è infine l’inserimento lavorativo: percorsi individuali e di gruppo per rafforzare competenze, motivazione e accesso al mercato del lavoro regolare.

Su 616 beneficiari diretti, il 60% ha raggiunto un livello di riattivazione sociale: la cifra ha toccato il 71% a Milano, mentre scende al 47% a Napoli. Di questi, il 32% ha ottenuto un inserimento lavorativo regolare, mentre il 18% è tornato a studiare o ha avviato una formazione professionale. L’83% dei beneficiari sono donne.

Sul fronte dell’alimentazione, i cambiamenti sono persistenti e misurati attraverso l’Household Dietary Diversity Score (Hdds): il punteggio è passato da 7 all’ingresso a 7,3. Al termine del percorso, il 58% delle persone beve più acqua, il 57% ha ridotto il consumo di zucchero, il 48% consuma pasti più vari, il 47% ha ridotto l’acquisto di cibo ultra-processato e legge con maggiore attenzione le etichette nutrizionali.

La valutazione condotta da Triadi ha tradotto in valore economico gli effetti del progetto su due dimensioni: l’inserimento lavorativo (risparmi pubblici su sussidi, nuove entrate fiscali da lavoro regolare) e l’educazione nutrizionale (risparmio sanitario indiretto, riduzione dello spreco alimentare). Applicando criteri prudenziali, un tasso di attribution dell’85%, un drop-off progressivo nel tempo e un tasso di attualizzazione del 2% su un orizzonte triennale, lo Sroi (Social Return on Investment) risultante è pari a 1,9: per ogni euro investito il progetto restituisce circa due euro di valore alla collettività.

“Uno Sroi di 2 non è solo un numero – commenta Claudio Di Benedetto, Head of Innovation & Business Model Transformation Unit per Triadi -: è la prova che investire nell’autonomia delle persone è più conveniente, per la collettività, che gestire la dipendenza dall’assistenza. Tuttavia, questo valore non emerge spontaneamente nei meccanismi economici e decisionali tradizionali. La misurazione lo rende visibile ed evidenzia come progetti di empowerment socio-economico e culturale generino risparmio per la collettività”.

L’evento Zero Hunger Corporate Lab

I risultati sono stati presentati il 31 marzo scorso nell’ambito dello Zero Hunger Corporate Lab, l’evento organizzato da Azione Contro la Fame in partnership con Il Sole 24 Ore. La giornata ha riunito imprese, ricercatori e organizzazioni non profit per approfondire il tema della misurazione dell’impatto sociale come strumento di trasparenza e innovazione. Tra i relatori, Adinolfi, Di Benedetto e Mario Calderini, Full Professor presso il Politecnico di Milano. Presenti anche alcuni rappresentanti delle imprese, tra cui Andriani, Banca Etica e Crai.

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