Microplastiche nel Mediterraneo, oltre un terzo delle “palle di mare” è contaminato

Uno studio ENEA lungo la costa laziale mostra come le sfere di Posidonia oceanica possano diventare indicatori naturali dell’inquinamento: rilevate microplastiche, fibre sintetiche e legami con gli scarichi dei depuratori

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Le cosiddette “palle di mare”, sfere naturali formate dai residui della Posidonia oceanica, si confermano un indicatore efficace dell’inquinamento marino. Secondo uno studio condotto da ENEA lungo 13 siti della costa laziale, oltre un terzo di queste strutture contiene plastica, con una presenza significativa di microplastiche.

L’indagine, pubblicata sulla rivista scientifica Environments (MDPI), ha analizzato 1300 esemplari di aegagropile, evidenziando come il 34,9% delle sfere contenga frammenti plastici, per un totale di oltre 1400 particelle rilevate.

Microplastiche diffuse e presenza di fibre sintetiche

Dal punto di vista dimensionale, quasi la metà dei materiali individuati (48,7%) è costituita da microplastiche inferiori a 5 millimetri, seguite da mesoplastiche (29,6%) e macroplastiche (21,9%).

L’analisi morfologica ha evidenziato una netta prevalenza di fibre e filamenti sintetici, mentre tra i polimeri più diffusi compaiono nylon e PET (polietilene tereftalato), materiale largamente utilizzato per imballaggi alimentari e bottiglie, oltre a polietilene e polipropilene.

Le analisi chimiche hanno inoltre rilevato segni di degradazione, indicando che gran parte delle microplastiche deriva dalla frammentazione di oggetti più grandi, confermandone l’origine secondaria.

Il ruolo degli impianti di depurazione

Uno degli elementi più rilevanti emersi dallo studio riguarda la correlazione tra la presenza di microfibre e la vicinanza agli impianti di trattamento delle acque reflue.

Questi sistemi, pur essendo fondamentali per la depurazione, non riescono a trattenere completamente le fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio dei tessuti. Le particelle finiscono così in mare, depositandosi sui fondali e venendo successivamente inglobate dalle sfere di Posidonia.

Le aegagropile si formano infatti quando i residui fibrosi della pianta marina vengono modellati dalle correnti, intrappolando detriti e particelle presenti nei sedimenti. In questo modo funzionano come vere e proprie “trappole naturali”, capaci di restituire un quadro della contaminazione ambientale.

Un metodo di monitoraggio semplice e replicabile

Il protocollo utilizzato nello studio prevede operazioni relativamente semplici: raccolta manuale delle sfere sulle spiagge, apertura, osservazione al microscopio e identificazione dei polimeri tramite tecniche standardizzate.

Si tratta di un approccio che, secondo i ricercatori, può essere facilmente replicato da laboratori e agenzie ambientali, grazie a costi contenuti e procedure standard, rendendo possibile un monitoraggio diffuso e comparabile nel tempo.

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