Non tutte le blockchain consumano allo stesso modo

criptovalute Non tutte le blockchain consumano allo stesso modo

Nel dibattito pubblico “blockchain” e “consumo energetico” viaggiano da anni come un’unica parola composta. È una semplificazione che ha avuto una base reale — il mining di Bitcoin assorbe quantità di elettricità paragonabili a quelle di un Paese di media grandezza — ma che descrive male l’ecosistema attuale, perché mette nello stesso insieme architetture tecniche profondamente diverse.

La differenza sta nel meccanismo di consenso, cioè nel modo in cui una rete decide quali transazioni sono valide senza un’autorità centrale.

Il proof of work, adottato da Bitcoin, affida quella decisione a una gara computazionale: migliaia di macchine risolvono problemi crittografici e chi arriva primo valida il blocco. La sicurezza deriva proprio dal costo dell’operazione, e quel costo è energia. Il proof of stake, adottato da Ethereum dopo la transizione del 2022, sostituisce la potenza di calcolo con il capitale immobilizzato: la riduzione dei consumi stimata al momento del passaggio è stata superiore al 99%.

Esistono poi registri che non usano né l’uno né l’altro. L’XRP Ledger, per esempio, utilizza un protocollo di consenso basato su una lista di validatori affidabili: le transazioni vengono confermate in pochi secondi e il fabbisogno energetico per operazione è di ordini di grandezza inferiore rispetto ai sistemi ad estrazione. È una scelta architetturale che sacrifica una parte del decentramento in cambio di velocità e sobrietà energetica, ed è esattamente il tipo di compromesso su cui il settore discute.

Il problema delle metriche

Confrontare l’impronta energetica di reti diverse è meno semplice di quanto sembri, e chi si occupa di ambiente lo sa bene: la scelta dell’unità di misura determina il risultato.

Il consumo per transazione, la metrica più citata, premia le reti ad alto volume e penalizza quelle usate poco, indipendentemente dalla loro efficienza intrinseca. Il consumo annuo assoluto ignora l’utilità prodotta. Il consumo per unità di valore trasferito favorisce le reti su cui transitano poche operazioni di importo elevato. Nessuna delle tre è sbagliata; nessuna, da sola, è sufficiente.

A questo si aggiunge la variabile del mix energetico. Una rete alimentata da idroelettrico in eccesso ha un impatto climatico diverso da una alimentata a carbone, a parità di kilowattora consumati. Ed è un dato che cambia geograficamente, stagionalmente e in funzione delle politiche energetiche nazionali.

Le previsioni lunghe e i loro limiti

C’è un secondo terreno su cui vale la pena portare lo stesso rigore metodologico: le proiezioni di prezzo a lungo termine.

Chiunque cerchi xrp previsioni 2030 o stime analoghe su altri asset digitali trova numeri precisi al centesimo, spesso in disaccordo fra loro di un ordine di grandezza. Alcune proiezioni indicano valori attorno ai 5 dollari entro il 2030; altre ipotizzano soglie molto più alte spostandole però oltre il 2032; altre ancora restano vicine ai livelli attuali.

Il punto non è quale sia più credibile, ma come sono costruite. La maggior parte estrapola andamenti storici applicando indicatori tecnici a serie di prezzi passati: una procedura che produce una cifra ma non una spiegazione. Le analisi più solide partono invece da ipotesi esplicite — volumi di pagamenti transfrontalieri, adozione istituzionale, quadro regolatorio, flussi verso gli strumenti finanziari collegati — e dichiarano le condizioni alle quali il numero vale.

Un riferimento utile per calibrare le aspettative: XRP ha toccato il proprio massimo storico a 3,65 dollari il 17 luglio 2025, e il 10 settembre 2026 viaggiava attorno a 1,39 dollari, in calo rispetto al massimo mensile di 1,70. Una variazione di quest’ampiezza in poco più di un anno dice qualcosa di importante su quanto sia difficile fissare un valore atteso a cinque anni.

Perché la domanda ambientale resta aperta

Dal punto di vista ecologico, la questione rilevante non è se una tecnologia consumi poco in assoluto, ma se il servizio che fornisce giustifichi il consumo rispetto alle alternative esistenti.

Un bonifico internazionale tradizionale non è a impatto zero: comporta server bancari, reti di corrispondenza fra istituti, sistemi di compensazione, filiali fisiche. Un confronto onesto dovrebbe mettere sul tavolo il costo energetico complessivo dei due sistemi, non quello di uno solo. Studi in questa direzione esistono, ma sono pochi, metodologicamente eterogenei e spesso finanziati da parti interessate.

Nel frattempo il quadro normativo europeo si è mosso: il regolamento MiCA impone agli emittenti di cripto-attività obblighi di informativa che includono indicatori di sostenibilità e impatto climatico. È il primo tentativo su scala continentale di rendere confrontabili dati finora dichiarati su base volontaria.

La trasparenza, in questo campo, vale più di qualunque previsione. Sapere quanta energia consuma davvero un’infrastruttura è un dato verificabile. Sapere quanto varrà un asset digitale nel 2030 non lo è, e nessuna elaborazione statistica può trasformare l’una cosa nell’altra.

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