Rapporto Ispra “Dove va l’ambiente italiano?”: città sempre più sotto pressione, allarme isole di calore

Si riducono le emissioni di gas serra, calate del 19% negli ultimi 30 anni, come anche le principali fonti di inquinamento atmosferico, ma preoccupano l’ozono, la situazione dei grandi centri urbani e la Pianura Padana. Non dà tregua l’aumento delle temperature dal 1985 e si aggravano le isole di calore nelle città. Le note positive sono il miglioramento dell'economia circolare e la rinaturalizzazione di montagne, foreste e aree protette. Tutti i dati del rapporto “TEA-Transizione ecologica aperta. Dove va l’ambiente italiano?” presentato mercoledì 14 dicembre alla Camera

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Persone si rinfrescano nella fontana di piazza del Popolo per il caldo, Roma, 29 luglio 2020. ANSA/ANGELO CARCONI

Si riducono le emissioni di gas serra, calate del 19% negli ultimi 30 anni, come anche le principali fonti di inquinamento atmosferico. Preoccupano però l’ozono, la situazione dei grandi centri urbani e la Pianura Padana. Non dà tregua l’aumento delle temperature dal 1985 e si aggravano le isole di calore nelle città. Passi avanti invece per l’economica circolare e la rinaturalizzazione di montagne, foreste e aree protette.

Sono alcuni contenuti del rapporto Ispra “TEA-Transizione ecologica aperta. Dove va l’ambiente italiano?” presentato mercoledì 14 dicembre alla Camera. Si tratta della “fotografia di un Paese in movimento, tra passato e futuro, descrive ed interpreta la situazione italiana alla vigilia della realizzazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con l’intento di sottolineare le trasformazioni in corso ed indicare in quale direzione andare nel futuro. Il tutto grazie ai milioni di dati certificati prodotti negli anni da Ispra e raccolti nell’Annuario dei dati ambientali. In uno stile agile e chiaro, pensato per non esperti del settore”.

TEA in sintesi

FORESTE. La percentuale di territorio coperto da boschi è oggi pari al 37% della superficie nazionale, un valore superiore a quello di due paesi europei “tradizionalmente” forestali come Germania e Svizzera, entrambi al 31%. Dal secondo dopoguerra ad oggi le foreste italiane sono aumentate costantemente, passando 5,6 a 11,1 milioni di ettari. La crescita, avvenuta a spese delle superfici agricole e di terreni naturali e semi-naturali, ha subìto un’accelerazione negli anni più recenti: dal 1985 al 2015 le foreste hanno avuto un incremento pari al 28%. Occorre attenzione, però, alla conservazione di alcune tipologie, come i boschi umidi e quelli lungo le rive dei fiumi, le foreste vetuste e quelle di pianura. Queste ultime sono sempre più compromesse, minacciate dagli incendi, dall’edilizia e dalle infrastrutture.

AREE PROTETTE. Dagli anni Settanta ad oggi le aree protette terrestri e marine sono molto aumentate per numero ed estensione. La superficie protetta a terra tocca il 20% di quella nazionale. Quella marina copre oltre il 19% delle aree di mare a giurisdizione italiana; cifra che comprende, oltre a quelle protette, le aree sottoposte a speciali misure di conservazione. Manca ancora un 10% per raggiugere il target europeo fissato al 2030 (30%), ma sono già previste 23 nuove aree marine protette.

GAS SERRA. Negli ultimi 30 anni le emissioni di gas serra prodotte dall’Italia si sono ridotte del 19% rispetto al 1990. Negli stessi anni è anche aumentata la quantità di anidride carbonica assorbita dalle foreste e dai suoli, contribuendo in modo significativo a combattere i cambiamenti climatici. La riduzione delle emissioni è avvenuta soprattutto grazie ai grandi utilizzatori, che dispongono delle risorse necessarie per investire in nuove tecnologie più efficienti: diminuite le emissioni di quasi il 46% nell’industria manifatturiera e del 33% nelle industrie energetiche. Meno bene, invece, nei trasporti e negli edifici, dove i costi ricadono più direttamente sulle spalle dei cittadini. L’Unione Europea si è data l’obiettivo di dimezzare le emissioni rispetto al 1990 entro il 2030 e di azzerarle, al netto della capacità di assorbimento delle foreste e dei suoli, entro il 2050.

QUALITÁ DELL’ARIA. In costante diminuzione tutte le principali fonti di inquinamento dell’aria (monossido di carbonio, ossidi di azoto, anidride solforosa, composti organici volatili, polveri sottili), anche se restano molti problemi in alcune aree metropolitane, soprattutto nella pianura Padana dove l’orografia e le condizioni meteo non favoriscono la dispersione degli inquinanti. A migliorare la situazione normative sempre più stringenti, i controlli quotidiani di Ispra ed Snpa, l’l’innovazione tecnologica in ogni ambito. Ulteriori passi avanti arriveranno quando ci saranno gli effetti delle nuove politiche per la transizione energetica e quella dei trasporti. Preoccupa la presenza dell’ozono a bassa quota durante l’estate.

CLIMA. A partire dal 1985, le anomalie annuali di temperatura media, rispetto al trentennio climatologico 1961-1990, sono state sempre positive, ad eccezione del 1991 e del 1996, e il 2020 ha chiuso il decennio più caldo di sempre, con anomalie medie annuali comprese tra +0,9 e +1,71°C. Anche la temperatura superficiale dei mari italiani negli ultimi 22 anni è stata sempre superiore alla media. L’analisi della precipitazione cumulata annuale non mostra invece variazioni significative. Essenziale che gli sforzi sul clima siano globali. L’Italia si trova al centro del bacino del Mediterraneo, dove l’impatto dei cambiamenti climatici sarà presumibilmente più intenso e potenzialmente disastroso a causa dell’elevata vulnerabilità dell’area.

AREE URBANE. L’Italia è un paese fortemente urbanizzato, più di un terzo della popolazione si concentra nelle sue 14 città metropolitane. Sempre più allarmante è il fenomeno dell’isola di calore urbano: cementificazione, scarsità di aree verdi, utilizzo dei sistemi di riscaldamento e raffrescamento degli edifici sono tra i principali responsabili dell’aumento delle temperature dei centri cittadini fino a 4-5°C in più rispetto alle aree periferiche. In generale quanto più grandi e compatte sono le città, tanto maggiore è l’intensità del fenomeno isola di calore.

CONSUMO DI SUOLO. Nonostante una leggera flessione a partire dal 2012, il consumo di suolo è ancora forte: 60 chilometri quadri l’anno. Anche il dato accumulato è pesante: il 7,11 della superficie nazionale, contro il 4,2% della media europea. L’obiettivo europeo di azzeramento entro il 2050 appare difficile, anche perché le altre transizioni richiederanno nuove infrastrutture: dai nuovi campi fotovoltaici per la transizione energetica ai nuovi impianti per il recupero e il riciclo dei materiali per la transizione all’economia circolare.

ACQUE INTERNE. I corpi idrici fluviali in Italia sono circa 7.500, ma solo nel 10% di essi si misura la quantità di acqua circolante (portate) e in rare occasioni si misura la quantità di sedimenti. In buono stato ecologico il 43% dei fiumi. Quanto ai 347 laghi italiani, solo il 20% raggiunge l’obiettivo del buono stato ecologico. Fondamentale potenziare l’attività di monitoraggio e di valutazione del loro stato, così come delle pressioni su di essi agenti, per poter poi predisporre adeguate ed efficaci misure di tutela e miglioramento.

PESTICIDI. Proteggono le colture agricole da parassiti e da malattie causate da patogeni, ma possono comportare effetti negativi per tutte le forme di vita. In Italia se ne usano 114.000 tonnellate l’anno, che rappresentano circa 400 sostanze diverse. Pochi residui per fortuna nei cibi, ma un problema importante è il loro ritrovamento nelle acque superficiali e sotterranee: nel 2019 le concentrazioni misurate hanno superato i limiti previsti dalle normative nel 25% dei siti di monitoraggio per le acque superficiali e nel 5% di quelli per le acque sotterranee. La contaminazione rilevata è ancora sottostimata, a causa delle difficoltà tecniche e metodologiche. Obiettivo europeo è ridurre l’uso del 50% entro il 2030.

MARE. Fra le grandi matrici ambientali, il mare è quello nelle condizioni più difficili. Non mancano l’attenzione o le leggi, ma è oggettivamente più complesso e costoso da monitorare e controllare. Urgente affrontare la questione della pesca: circa il 90% delle popolazioni di pesci sono sovrasfruttate, con un’intensità che è tra le due e le tre volte quella sostenibile. Critica la situazione dei rifiuti sulle spiagge e della plastica in mare: in Italia ne abbiamo in media più di 300 ogni 100 metri (per UE non devono essere più di 20). Ispra impegnata nella applicazione della Strategia marina UE in Italia.

SPECIE ALIENE. Fenomeno in forte crescita quello delle specie alloctone invasive, con un aumento del numero di specie aliene del 96% in 30 anni, un trend superiore a quello registrato a scala europea (76%). Il fenomeno riguarda tutti gli ambienti e tutti gli ecosistemi; attualmente in Italia sono presenti 3.367 specie aliene e circa il 15% di queste provoca impatti sulla biodiversità̀ e i relativi servizi ecosistemici, come dimostrano i crescenti danni causati da patogeni e parassiti alieni alle coltivazioni e alle foreste.

DISSESTO. Tante costruzioni – abitazioni, attività produttive, infrastrutture di ogni tipo – aggravano il dissesto idrogeologico e i suoi costi umani ed economici. Negli ultimi 20 anni, i danni per gli eventi idrogeologici, stimati in oltre un miliardo di euro l’anno, sono stati di gran lunga superiori agli investimenti per interventi di mitigazione del rischio frane e alluvioni, pari in media a circa 300 milioni. Solo negli ultimi tre anni gli investimenti hanno raggiunto il miliardo l’anno: ancora poco, tenuto conto che il fabbisogno per il territorio italiano è di 26 miliardi.

ECONOMIA CIRCOLARE. Più indietro è nel complesso la transizione verso un’economia circolare, anche se significativi sono stati i progressi nella raccolta differenziata, che è la premessa del recupero dei materiali: negli ultimi vent’anni è triplicata. In vent’anni il conferimento in discarica è passato da circa il 70% al 21% (ma deve arrivare al 10% entro il 2030).

CONSUMO DI MATERIALI. Dal 2006, anno di picco dei consumi, il consumo di risorse materiali (come metalli, cemento, legna, pietra, combustibili, ecc) da parte della nostra economia si è quasi dimezzato: un altro forte segnale di maggiore sostenibilità del nostro sviluppo economico. Complessivamente, questi quindici anni hanno visto la produttività̀ delle risorse aumentare da 2,12 a 3,54 euro per chilogrammo: è un’ottima notizia. Il dato è anche migliore di quello di altri paesi
europei.