“Oggi a Torino è morto un bambino di sette anni che andava a scuola in bici come faceva ogni mattina. È una tragedia annunciata in una corsia che tutti sapevamo essere pericolosa“. Inizia così il post pubblicato nel gruppo Facebook Torino Sostenibile a poche ore dall’incidente in corso Regina Margherita, dove lo scorso 22 settembre Nicolò è stato travolto e ucciso da un’automobile mentre andava a scuola in bicicletta insieme al padre.
Un messaggio breve che ha aperto un ampio dibattito in rete e sulla stampa locale, articolato attorno alle posizioni di esperti di mobilità, attivisti, istituzioni e opinione pubblica.
Il punto di vista degli esperti
Fabio Zanchetta, tra gli ideatori del Bike Pride torinese, è intervenuto sui social per riportare l’attenzione sui nodi strutturali della viabilità cittadina: “Da due giorni seguo il dibattito in rete derivante da questa tragedia e una cosa mi appare chiara: la rabbia è tanta, ma rischia di perdersi nel solito scontro ideologico. Non possiamo continuare a trattare queste morti come semplici ‘fatalità’ o tragedie inevitabili della strada. C’è un’asimmetria di fondo nella nostra urbanistica dove la velocità e l’ingombro delle auto hanno sempre la precedenza sulla vita dei cittadini più fragili”.
Nel suo intervento, Zanchetta ha criticato le soluzioni palliative e indicato gli interventi prioritari: “La sicurezza non si fa con la vernice tracciata a terra nei controviali. Serve il coraggio di togliere spazio ai veicoli a motore, realizzare ciclabili fisicamente separate e protette e imporre zone 30 vere. Se la politica non capisce che la priorità deve essere proteggere i bambini che vanno a scuola, continueremo a piangere vittime innocenti”.
Dal giorno dell’incidente, Bike Pride sta organizzando ogni mattina nell’orario dell’ingresso a scuola dei bambini una ciclabile umana che unisce attivisti, associazioni e cittadini per proteggere chi pedala e chiedere al Comune la chiusura dei controviali salvo per i residenti e l’azzeramento delle vittime della strada. L’iniziativa dovrebbe proseguire anche nella settimana successiva.
Oltre alla Consulta della Mobilità ciclistica e della Moderazione del Traffico, a chiedere la chiusura dei controviali è anche Giuseppe Piras, tra i promotori delle battaglie per la mobilità ciclistica in città con delega alla Mobilità in Circoscrizione 7, che ha espresso sui social una ferma condanna del ritardo infrastrutturale a Torino: “È inaccettabile che nel 2026 si debba ancora spiegare perché una bicicletta e un’automobile di una tonnellata e mezza non possano condividere lo stesso spazio a 50 chilometri orari senza protezioni fisiche. Non si tratta di essere ‘a favore’ o ‘contro’ le bici, si tratta di decidere se le nostre strade debbano essere luoghi sicuri per le persone o piste per la velocità delle auto”.
Sullo stesso tema, un ulteriore contributo è arrivato da Vittorio Bertola, che ha sottolineato la necessità di valutare la reale fattibilità urbanistica delle soluzioni proposte: “Da due giorni seguo il dibattito in rete derivante da questa tragedia e una cosa mi ha colpito: ho sentito tantissimi comizi e tantissime accuse in tutte le direzioni, ma non ho ancora trovato nessuno che abbia una proposta pratica da realizzare domani mattina per mettere in sicurezza quel controviale”.
Secondo l’esperto, l’unica vera soluzione è la separazione fisica: “Questo prevederebbe l’eliminazione di una fila di auto parcheggiate per fare una ciclabile vera. Però, i fondi ci sono? E gli abitanti del quartiere accetterebbero una soluzione del genere, o ci sarebbe la protesta opposta, con i proprietari di auto che occupano la ciclabile per chiedere più parcheggi? Sarebbe comunque utile aprire un dibattito concreto e scoprirlo”.
La posizione della community
Sulla pagina di Torino Sostenibile e nei gruppi di quartiere la discussione si è concentrata sull’efficacia delle infrastrutture ciclabili esistenti: “Una riga bianca di vernice dipinta sull’asfalto di fianco a macchine che sfrecciano nei controviali non è una pista ciclabile: è una trappola mortale. Dà solo una falsa sensazione di sicurezza a genitori e bambini”.
La community chiede che non si parli più di ‘incidenti’ e ha portato avanti delle richieste all’amministrazione comunale: “Questa è violenza stradale strutturale. Vogliamo che il Comune applichi subito le Strade scolastiche liberate dalle auto negli orari di ingresso e uscita e chiuda i controviali al traffico di attraversamento. I nostri figli devono poter andare a scuola a piedi o in bici senza rischiare la vita”.
Le dichiarazioni della politica e delle istituzioni
Dalle istituzioni locali sono arrivate posizioni differenti per impostazione e toni. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha affidato ai propri canali ufficiali la posizione della Giunta: “È una tragedia immane che sconvolge l’intera comunità torinese e ci lascia con un dolore profondo. Il primo pensiero va alla famiglia del piccolo Nicolò. La Polizia locale sta lavorando per accertare l’esatta dinamica dei fatti, ma il nostro impegno per la sicurezza stradale deve proseguire con ancora maggiore determinazione”.
Di diverso tenore la presa di posizione di Sara Diena, consigliera comunale di Alleanza Verdi Sinistra: “Non possiamo chiamarla fatalità. Quando un bambino muore andando a scuola in bicicletta è la sconfitta di un modello di città ancora troppo legato all’auto. Dobbiamo avere il coraggio politico di fare scelte radicali: zone 30 diffuse, strade scolastiche pedonalizzate e corsie protette. Non si può più mediare tra la comodità di chi guida e la vita delle persone”.
Le reazioni della rete alla morta del bimbo in bicicletta
Sui canali social dei quotidiani locali la notizia ha generato commenti contrastanti: “Ma come si fa a far pedalare un bambino di sette anni su un corso trafficato come Regina Margherita? È da incoscienti”. A queste affermazioni gli utenti dei gruppi dedicati alla mobilità sostenibile hanno risposto rivendicando la legittimità dello spostamento in bicicletta: “Accusare un padre che accompagnava il figlio a scuola è abominevole. In una città civile andare a scuola in bicicletta a sette anni deve essere un diritto normale e quotidiano, non un atto di eroismo esposto alla roulette russa del traffico”.




