Entro il 2050, il debito pubblico medio degli Stati membri dell’Unione europea potrebbe essere superiore del 58% rispetto alle previsioni ufficiali, mentre nel 2070 questo dato potrebbe salire a 197 punti percentuali. A dirlo è il nuovo rapporto della New Economics Foundation (Nef), che analizza gli impatti climatici sul debito pubblico europeo e le soluzioni alla questione.
Secondo la ricerca, la stabilità fiscale dipende da un’azione climatica precoce e coordinata. Nonostante i gravi impatti economici dei cambiamenti climatici siano sempre più dimostrati, l’Ue tratta ancora il debito pubblico a breve termine come la minaccia più grande alla stabilità, trascurando così le vulnerabilità più profonde che guideranno il debito nei decenni a venire.
L’integrazione dei danni climatici, dell’adattamento e dei costi di mitigazione nelle strategie adottate mostra rapporti di debito che aumentano bruscamente in condizioni di inazione, ma che sono materialmente più bassi in occasione di investimenti climatici credibili e impostazioni politiche di supporto. Affrontare queste sfide richiede un quadro fiscale che consenta gli investimenti pubblici, piuttosto che limitarli.
Allo stesso tempo, l’Unione deve affrontare un significativo divario di investimenti verdi. L’Institut Rousseau stima che per chiudere il gap di investimento di mitigazione sarà necessario all’incirca l’1,6% del prodotto interno lordo (Pil), da stanziare in ulteriori investimenti pubblici annuali per raggiungere gli obiettivi climatici del 2040 e del 2050. L’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) stima che la necessità di investimenti per l’adattamento in Ue e nel Regno Unito sarà di circa 40 miliardi di euro in uno scenario di 1,5 °C, mentre salirebbe a 80-120 miliardi di euro sotto i 2 °C e raggiungerebbe i 175-200 miliardi di euro sotto i 3-4 °C, in base ai prezzi del 2015.
Servono investimenti di mitigazione e adattamento
Il rapporto, pubblicato lo scorso 9 marzo, ha poi esteso l’analisi di sostenibilità del debito (Dsa) della Commissione europea, in modo tale da includere gli impatti climatici e le dinamiche di transizione, fattori attualmente mancanti nelle proiezioni ufficiali. Il modello mostra che, a causa della debolezza di crescita e produttività e della riduzione delle entrate fiscali, quando si incorporano gli impatti climatici, i rapporti di debito aumentano, mentre gli investitori richiedono costi di prestito più elevati per riflettere il crescente rischio climatico.
I danni fisici causati dai cambiamenti climatici richiedono anche miliardi di fondi pubblici per riparare e ricostruire le infrastrutture e sostenere le comunità colpite. Gli investimenti di mitigazione e adattamento invertono questa dinamica: la spesa verde aumenta la produttività e riduce i costi dei danni climatici. Costruire sistemi energetici più puliti, infrastrutture resilienti e alloggi efficienti non solo protegge le finanze pubbliche, ma offre anche benefici più ampi: bollette energetiche più basse, trasporti migliori e comunità più sane e sicure.
Secondo la ricerca, l’aumento degli investimenti verdi richiederà ulteriori prestiti. Livelli di debito più elevati rendono più difficile il rispetto delle regole fiscali e aumentano i compromessi economici e politici necessari per stabilizzare le finanze pubbliche. Pertanto, mentre livelli di debito più elevati non dovrebbero necessariamente essere visti in contrapposizione all’obiettivo della sostenibilità, un debito più elevato continuerà ad accompagnarsi a un aumento dei prestiti.
Gli scenari ipotizzati dal rapporto
Ipotizzando cinque scenari diversi, il report mostra che gli investimenti precoci dell’Unione, in particolare se combinati con la cooperazione globale, sono più sostenibili dal punto di vista fiscale rispetto ai ritardi o all’assenza di ulteriori investimenti di mitigazione e adattamento. In tale scenario, il debito medio aumenta del 4% rispetto alle proiezioni ufficiali della Commissione per il 2050 e diminuisce del 12% rispetto a quelle per il 2070, invertendo completamente gli effetti stimati dell’inazione climatica sulle finanze pubbliche.
Supponendo un’azione precoce dell’Ue, l’introduzione di una tassazione progressiva, ad esempio attraverso un’imposta sul patrimonio, potrebbe raccogliere circa 213 miliardi di euro all’anno. L’attuazione di questa proposta potrebbe ridurre il debito medio di 17 punti percentuali rispetto alle proiezioni della Commissione per il 2050 e di 22 punti percentuali per il 2070.
Il coordinamento tra politica monetaria e fiscale, combinato a un’azione rapida dell’Unione europea, potrebbe ridurre significativamente i costi di finanziamento e i rapporti di debito. Ciò si traduce in aumenti del 21% del debito rispetto alle proiezioni della Commissione per il 2050 e del 15% per il 2070.
Le soluzioni contro gli impatti climatici
La relazione, redatta da Jaya Sood, Sebastian Mang, Dominic Caddick e Maike Schmidt, raccomanda quindi un riallineamento della governance economica dell’Ue che rifletta la realtà climatica. In primo luogo, il Dsa deve essere riformato per incorporare una linea di base che preveda questioni climatiche, moltiplicatori verdi realistici e premi di rischio sovrano che catturino il costo fiscale del ritardo. In secondo luogo, il quadro fiscale dovrebbe muoversi verso un modello preventivo, in cui gli arbitri fiscali indipendenti sostituiscano rigide regole numeriche con valutazioni qualitative della spesa per il clima e la resilienza.
Per prevenire la frammentazione regionale, l’Ue dovrebbe poi istituire un dispositivo permanente per la resilienza climatica, dedicato a prestiti comuni, ed espandere il Fondo di solidarietà. Infine, riducendo gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e implementando un toolkit più ampio di tassazione progressiva e coordinamento monetario-fiscale, l’Europa può ridurre il costo del capitale per gli investimenti verdi garantendo al contempo che la transizione sia finanziata in modo equo.
La conclusione è chiara: la stabilità climatica è stabilità fiscale. L’inazione spinge il debito su traiettorie esplosive, mentre l’azione precoce e coordinata a livello globale evita il rischio fiscale legato al clima. Le regole fiscali e la governance economica dell’Europa devono ora evolversi per riflettere questa realtà, integrando il rischio climatico, sostenendo gli investimenti pubblici produttivi, attuando una tassazione equa e allineando la politica monetaria e fiscale per costruire una stabilità duratura. A questo link è consultabile il profilo nazionale italiano.











