Le compagnie petrolifere sono sulla buona strada per realizzare 28 miliardi di euro di profitti in eccesso nel 2026, ricavati dagli automobilisti europei. Secondo un nuovo report della Federazione europea per il trasporto e l’ambiente (T&E), mentre un pezzo significativo dei profitti globali da petrolio confluisce nella produzione di greggio al di là della portata politica dell’Ue, una parte sostanziale viene generata nelle raffinerie e nei distributori dell’Unione.
A causa della guerra in Iran, le compagnie petrolifere hanno già intascato 2,2 miliardi di euro di profitti in eccesso. T&E aggiorna settimanalmente il tracker dei profitti: solo una settimana fa il ricavo prospettato era di 24 miliardi, ora la Federazione parla di quattro miliardi in più. Considerando questi numeri, T&E solleva alcune domande sul perché l’Unione europea non stia ancora attuando una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere per aiutare i cittadini a essere meno vulnerabili ai futuri shock petroliferi.
A seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele sull’Iran del 28 febbraio scorso, i prezzi del petrolio sono aumentati rapidamente. Al 23 marzo i prezzi medi delle pompe dell’Ue avevano raggiunto 2,06 euro al litro per il diesel e 1,89 euro al litro per la benzina: un aumento rispettivamente di 0,49 e 0,27 euro, secondo i calcoli di T&E. Riempire un serbatoio da 55 litri costava quasi 27 euro in più rispetto a prima dell’inizio del conflitto per i veicoli diesel e 15 euro in più per le auto a benzina.
Cessate il fuoco in Iran: secondo Montel i prezzi del gas nell’Ue sono crollati del 20%
Il cessate il fuoco nella guerra in Iran, deciso nella notte tra il 7 e l’8 aprile, ha però permesso la riapertura dello stretto di Hormuz: secondo Montel News, questa notizia ha fatto crollare i prezzi del gas nell’Unione europea. Il sito di informazione energetica spiega come questa mattina il contratto di riferimento europeo per il gas sull’hub olandese Ttf sia inizialmente sceso a 42,50 euro al megowattora, il livello più basso dallo scorso 2 marzo, per poi recuperare leggermente a 43,46 euro al megowattora: una riduzione del 20%.
Prima del conflitto, infatti, circa un quinto del gas naturale liquefatto (gnl) e del petrolio mondiali transitavano dallo stretto di Hormuz. “Se effettivamente il passaggio sarà libero – commenta Henning Gloystein, amministratore delegato per l’Energia e le Risorse di Eurasia Group -, è possibile che il Qatar inizi i lavori di riparazione degli impianti di Ras Laffan, ma non credo che riusciranno ad aumentare la produzione entro le due settimane di cessate il fuoco”. Un attacco iraniano contro l’hub di gnl di Ras Laffan, lo scorso 18 marzo, aveva ulteriormente ridotto la capacità di esportazione di circa il 17%.
Crisi energetica: l’Italia valuta i prossimi passi
Intanto, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica sta lavorando a varie opzioni a partire dal Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale, pubblicato nel 2023: si tratta di interventi previsti in caso di emergenza per ridurre la domanda, che vengono aggiornati sulla base delle esigenze del momento. Nelle decisioni, che potrebbero essere implementate dal prossimo maggio, si terrà conto anche delle raccomandazioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) dello scorso 20 marzo: smart working, razionamento dei carburanti e limitazioni all’uso dei veicoli con l’ipotesi delle targhe alterne.
Al momento le misure più drastiche vengono escluse. L’Unione europea ha preannunciato che presenterà a breve un pacchetto di misure consigliate, ispirate alle raccomandazioni dell’Aie. Le misure vanno dalla promozione dello smart working alla limitazione della temperatura dei condizionatori, dalla riduzione dei limiti di velocità in autostrada alla riduzione dei viaggi di lavoro in aereo, fino alla limitazione dell’apertura di scuole e università. Si passa anche per campagne per il risparmio energetico, razionamento dei carburanti e promozione del trasporto pubblico.
Il Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale
Il Piano di emergenza del 2023 prevede tre livelli di crisi. In caso di preallarme, ovvero quando si hanno informazioni concrete sui rischi per gli approvvigionamenti, le soluzioni prevedono un aumento delle importazioni di gas naturale, una riduzione dei consumi e l’uso di combustibili alternativi negli impianti industriali. Un secondo livello è quello di allarme, dove si assiste a una riduzione degli approvvigionamenti ma affrontabile con gli strumenti di mercato: si adottano le stesse misure, ma in modo più intensivo.
Se scatta l’emergenza, quindi una riduzione degli approvvigionamenti non affrontabile con gli strumenti di mercato, il mercato non è più in grado di garantire l’equilibrio tra domanda e offerta di gas: il Piano prevede un passaggio a strumenti amministrativi e coercitivi, con l’obiettivo di preservare la sicurezza del sistema e garantire le forniture ai cosiddetti “clienti protetti” (famiglie, servizi pubblici essenziali e sanità).
In questa fase lo Stato assume un ruolo diretto nella gestione dei flussi: può disporre l’utilizzo obbligatorio degli stoccaggi strategici, imporre agli operatori l’impiego di tutta la capacità disponibile lungo la filiera e coordinare in modo centralizzato le importazioni e la distribuzione. Sul lato della domanda, vengono attivate misure incisive di contenimento: dalla riduzione obbligatoria dei consumi attraverso limiti più stringenti su temperature e orari di riscaldamento e raffrescamento fino al taglio selettivo delle forniture industriali. Se queste leve non risultano sufficienti, il sistema entra in una logica di vera e propria gestione d’emergenza della domanda, che può tradursi in misure diffuse di risparmio energetico e, nei casi più gravi, in forme di razionamento dei consumi.











