Eni-Recommon, le associazioni chiedono il ritiro della denuncia

Le associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente e WWF intervengono sull’azione legale avviata da Eni contro Recommon: nel dibattito pubblico emergono richiami al fenomeno delle Slapp e alla tutela della libertà di espressione su temi di interesse generale legati al settore energetico. Sullo sfondo, il contenzioso climatico già avviato nei mesi scorsi

Eni-Recommon

L’azione giudiziaria promossa da Eni nei confronti dell’organizzazione Recommon entra nel dibattito pubblico con l’intervento di Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia, che sollevano interrogativi sugli effetti di questa iniziativa sull’esercizio della critica e della partecipazione civica.

Il richiamo al fenomeno delle Slapp

Secondo le organizzazioni, sulla base degli elementi disponibili, il procedimento potrebbe essere accostato al fenomeno delle Strategic Lawsuits Against Public Participation (Slapp), azioni legali che, indipendentemente dall’esito, possono incidere sul confronto pubblico e sulla libertà di espressione.

L’iniziativa legale interviene infatti in relazione a dichiarazioni riconducibili al diritto di critica, riferite ad attività industriali nel settore oil & gas e inserite in un contesto considerato di interesse generale.

Il tema del confronto pubblico

Le associazioni sottolineano che eventuali inesattezze nelle dichiarazioni avrebbero potuto essere affrontate attraverso una smentita pubblica, contribuendo al dibattito. Al contrario, il ricorso all’azione giudiziaria viene interpretato come una scelta che rischia di irrigidire il confronto.

Un elemento ritenuto rilevante riguarda la natura di Eni come società partecipata dallo Stato, chiamata a confrontarsi con il dibattito pubblico sulle proprie attività.

Il precedente del contenzioso climatico

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di confronto tra società civile e settore energetico su temi climatici. Nei mesi scorsi si è infatti riaperto il procedimento civile noto come “La Giusta Causa”, promosso da Greenpeace Italia, Recommon e un gruppo di cittadini contro Eni e i suoi azionisti pubblici, tra cui Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il procedimento, avviato nel 2023 e poi sospeso, è ripreso nel 2026 dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione che ha riconosciuto la possibilità di discutere cause climatiche davanti ai tribunali italiani. Al centro del contenzioso vi sono le responsabilità legate al contributo al cambiamento climatico e le richieste di adeguamento delle strategie industriali in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Il riferimento al caso Ratio Energies

Nel comunicato viene inoltre richiamato il ritiro di Eni dal consorzio Ratio Energies, che aveva ottenuto nel 2023 licenze per l’esplorazione di gas nelle acque antistanti la Striscia di Gaza. Secondo le organizzazioni, questo elemento rafforzerebbe indirettamente il contesto delle dichiarazioni oggetto del contenzioso.

La richiesta delle associazioni ambientaliste

Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia chiedono a Eni di ritirare la denuncia e di riaprire un confronto con la società civile, evidenziando come la critica, anche quando espressa in forme dure, rappresenti un elemento centrale del dibattito democratico.

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