Crisi plastica, Bertazzoli: “Il riciclo si è scontrato con la globalizzazione”

I problemi che riguardano la filiera del riciclo plastiche sia in Europa che in Italia non accennano a migliorare, anzi. Per avere uno sguardo d'insieme sulla situazione, che qualche giorno fa Corepla ha definito drammatica, abbiamo intervistato Gianluca Bertazzoli, amministratore di Hub15 srl, esperto delle dinamiche della raccolta/recupero/riciclo delle plastiche e dei regimi EPR. Ecco cosa ci ha detto

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La situazione è stata dipinta come una parziale crisi. Ma stiamo parlando di depositi pieni di plastica che non va neanche a riciclo oppure la plastica viene riciclata e si ferma lì?

Bisogna distinguere due problemi diversi, ma connessi tra di loro. Alla base c’è una crisi generalizzata iniziata di fatto dalla seconda metà del 2022, pur con alti e bassi, del riciclo europeo, che sta subendo un attacco fortissimo soprattutto dalla Cina in genere, ma non solo. Per questo motivo il mercato europeo è invaso da plastica soprattutto vergine, ma anche riciclata o dichiarata tale, a prezzi estremamente concorrenziali. Ciò ha provocato un forte calo della domanda di riciclato europeo, che a questi livelli di prezzo del vergine non è concorrenziale. È un problema enorme perché ha tutto l’aspetto di essere una crisi strutturale, se lo si considera come ed è un ennesimo capitolo pezzo della crisi generale del manifatturiero europeo: anche il comparto del riciclo delle plastiche si è scontrato con la globalizzazione.

Nell’industria di produzione delle materie plastiche vergini la Cina detiene ormai un primato mondiale consistente, e probabilmente ha operato anche in dumping vendendo a prezzi molto bassi per mettere fuori mercato gli ultimi competitor. Poi in futuro magari alzerà i prezzi, quando avrà fatto fuori tutti. Il mercato delle plastiche riciclate è sempre stato e, purtroppo, continua ad essere strettamente interconnesso a quello delle plastiche vergini: quando il prezzo del vergine è basso il riciclato fa molta fatica a trovare spazio.

Questa è una dinamica a livello europeo, ma una delle conseguenze, passando dal macro al micro, è che se il riciclato perde mercato, tutta la filiera delle plastiche tende a intasarsi. Perché io raccolgo e porto negli impianti intermedi, poi gli impianti intermedi portano agli impianti di selezione e dagli impianti di selezione escono i prodotti che vanno a riciclo, ma chiaramente se non c’è richiesta per questi prodotti selezionati che vanno a riciclo gli impianti si intasano. Non siamo ancora arrivati a una situazione di blocco della raccolta, ma i rischi sono evidentemente elevati, tanto più in estate, quando è comunque normale che la domanda rallenti perché molti impianti di riciclo sono fermi per la pausa feriale o approfittano del periodo per le manutenzioni.

Questa situazione va avanti così da tre anni in maniera costante?

È andata via via peggiorando. Dopo una stagione di prezzi altissimi spaventosi del riciclato e dei prodotti selezionati da avviare a riciclo in conseguenza della ripresa post Covid, dal secondo semestre del 20223 comincia un trend di sostanziale progressivo calo dei prezzi: il continuo calo di prezzo delle materie prime vergini mette praticamente fuori mercato il riciclato e questo ne determina ovviamente un il crollo della domanda. L’effetto si sente in primo luogo sulle plastiche qualitativamente inferiori, ma arriva anche a colpire le stesse bottiglie Pet, quindi la crisi è generalizzata.

Perché si parla di crisi della raccolta?


Attualmente la raccolta continua ad aumentare perché è un dato un po’ strutturale, i cittadini fanno sempre più differenziata, anche se e non è detto che all’aumento quantitativo corrisponda anche un miglioramento qualitativo. Ma è ovvio che se a un certo punto gli impianti dove deve essere conferita per essere selezionata sono saturi, il meccanismo rischia di incepparsi, anche se lascia un po’ perplessi vedere come le maggiori preoccupazioni paiano non essere incentrate sulla crisi del riciclo in sé, che rischia di bloccare la circolarità, quanto piuttosto sulle conseguenze che questa può avere sulla raccolta, quasi che il riciclo fosse funzionale alla raccolta stessa e non, come più corretto, il contrario, ovvero che la raccolta differenziata è uno strumento, il migliore, rispetto al fine che è il riciclo.

L’immesso al consumo di plastica è quasi stazionario. Il rapporto tra immesso e raccolta differenziata, pur con il continuo aumento di quest’ultima negli anni, ha tuttavia ancora un notevole margine di crescita perché resta un delta consistente tra immesso e raccolta, quindi anche se l’immesso aumenta relativamente di poco o resta addirittura stazionario, la raccolta può continuare ad aumentare.

Quali misure sta proponendo l’Unione europea?

Ci sono una serie di strategie e progetti di intervento da parte all’interno dell’Unione eEuropea che, riprendendo anche le indicazioni del Comparto industriale, prevedono crediti d’imposta, misure per rendere meno agevole l’importazione di materiali extra Ue (che spesso sono materiali anche di dubbia tracciabilità e/o di bassa qualità), lavorando Aad esempio si sta lavorando sui codici doganali per dare un’identità e una visibilità separata tra il vergine e il riciclato, a differenza di quel che succede ora. Si propongono poi misure di incentivazione per chi usa il riciclato, made in Europe, come ha già fatto ad esempio la Francia.

L’Ue sta facendo una misura End-Of-Waste della plastica costruita in maniera tale da renderla uguale in tutta Europa e parallelamente costringere a chi importa l’Unione plastica riciclata nell’Unione continente a garantire che siano seguite le medesime procedure di certificazione e tracciatura poste in capo alle imprese comunitarie. Il fattore tempo è però fondamentale, tant’è che è stato chiesto da molti di anticipare le scadenze del regolamento imballaggi sull’utilizzo di quote minime di plastica riciclata degli imballaggi, che invece lo stesso PPWR impone a partire dal 2030.

Se però non ci sono misure che incentivino in qualche modo ad utilizzare riciclato europeo o se non ci sono controlli effettivi sulle importazioni, tutto ciò serve a poco.

Il riciclo della plastica riguarda solo gli imballaggi?

Oggi in Europa gli imballaggi assorbono il 40% della domanda di trasformazione di materie plastiche, ma più del 60% del riciclato deriva da rifiuti di imballaggi in plastica, anche perché, con la parziale eccezione proprio dell’Italia che prevede sistemi EPR anche per i beni in polietilene, nel resto d’Europa esistono i sistemi EPR solo per gli imballaggi.

Il Mase qualche mese fa ha pubblicato in consultazione pubblica una bozza di regolamento per la responsabilità estesa del produttore su tutti i beni in plastica (e gomma) che non siano imballaggi o beni in polietilene o che non siano comunque già coperti da altri regimi EPR: è un’iniziativa molto ambiziosa e non facile, che seppure con le inevitabili mediazioni dovrebbe portare a una generalizzazione dell’EPR per i manufatti in plastica.

Attualmente questi manufatti restano beni in buona parte al di fuori di diffenziata e riciclo, per cui finiscono negli inceneritori o nelle discariche. Sono sistemi che costano di più o di meno rispetto al riciclo?


Innanzitutto questo ragionamento vale per i flussi di rifiuti urbani, che sono l’oggetto della raccolta differenziata, mentre il mercato del riciclo di rifiuti speciali si approvvigiona ovunque trovi materiali utili sul piano qualitativo ed economico. Restando all’ambito degli urbani, molto dipende dal valore di quello che si tira fuori e se viene venduto bene. Pensando al sistema EPR, c’è un costo di raccolta, un costo di selezione, un costo per la gestione degli scarti e delle entrate che derivano dalla vendita dei prodotti che poi vengono riciclati. Ovviamente dipende dalla cifra a cui riesco a venderli, ma normalmente c’è sempre un saldo negativo (il c.d. “deficit di catena”). Per altro c’è un divieto di smaltire gli imballaggi tal quali in termovalorizzatore o discarica e, in ogni caso, oltre ai costi le soluzioni a smaltimento presentano comunque enormi difficoltà di reperibilità.

La realtà è che la plastica rimane un materiale abbastanza difficile, con una catena di costi elevata perché rispetto ad altri materiali è più complessa. A cominciare dal fatto che è più leggera quindi mi costa molto di più raccoglierla, che ha dei costi di selezione elevati e che per renderla competitiva sul mercato deve avere una certa purezza e omogeneità.

Per ridurre la plastica l’unica battaglia possibile è il riutilizzo al momento?

Esiste una gerarchia europea dei rifiuti che pone al primo posto la prevenzione e al secondo il riutilizzo, “solo” al terzo il riciclo. Almeno a tendere, questo schema teorico e “di principio” deve diventare sempre più realtà concreta, con obiettivi espliciti e misurabili. A partire dagli imballaggi industriali (non solo in plastica), che probabilmente si prestano meglio, ma allargandosi anche al settore della ristorazione e dell’horeca, oltre a prevedere, a determinate condizioni, l’obbligo per gli esercenti di accettare l’uso di contenitori portati da casa dal consumatore.0

Ma il regolamento europeo sugli imballaggi in realtà non ha obiettivi così ambiziosi, no?

Sì, sembra niente una riduzione complessiva dei rifiuti di imballaggio del 5%. Però la rivoluzione del regolamento è essenzialmente anche nella vecchia direttiva imballaggi c’era la gerarchia di prevenzione, riutilizzo, riciclo, recupero energetico o discarica, però l’unico passaggio per il quale erano posti degli obiettivi veri e quantificati, era il riciclo, quindi il numero tre della piramide. Adesso invece ci sono gli obiettivi di prevenzione e quelli di riutilizzo e questa è una rivoluzione copernicana.

Poi uno può pensare che siano troppo alti o troppo bassi, però per la prima volta si passa da un approccio per il quale quei primi due punti erano delle petizioni di principio senza alcun provvedimento concreto e quantificazione a una situazione formulazione che prevede settori specifici, con tanto di elenchi analitici delle tipologie di imballaggio, per i quali sono previsti precisi obblighi di riutilizzo, con scadenze e percentuali minime da rispettare.

Dopodiché c’è la questione del riciclo che finalmente viene percepito come riciclo di qualità, perché si è capito che il riciclo non di qualità non va da nessuna parte. È una sfida grossa perché la plastica è un universo molto complesso, con prodotti altamente tecnologici in funzione delle aspettative prestazionali, e ciç non sempre si coniuga con la facilità tecnica e la convenienza economica del riciclo.

Intanto la Commissione UE stanno andando avanti a fare gli atti delegati di attuazione previsti dal PPWR con i criteri di progettazione per il riciclaggio, le classi di prestazione di riciclabilità, le modalità per valutare la prestazione di riciclabilità.

Queto è un processo altamente positivo. Certo che se nel frattempo l’industria del riciclo, che è lo sbocco naturale, va a catafascio, abbiamo un problema grave.

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