
Secondo l’indagine “Beyond Uncertainty”, realizzata da GlobeScan e commissionata dal Wwf su 350 dirigenti d’impresa europei, la maggioranza degli intervistati considera la transizione verde un elemento utile alla competitività nel lungo periodo. Il 55% valuta invece negativamente o in modo misto gli effetti delle recenti iniziative europee di semplificazione normativa.
L’idea che l’Unione europea debba ridurre le norme ambientali per mantenere la propria competitività non trova, secondo l’indagine, un consenso tra i dirigenti aziendali intervistati. Il sondaggio “Beyond Uncertainty”, realizzato da GlobeScan per il Wwf e condotto su 350 dirigenti d’impresa di diversi settori dell’economia europea, evidenzia infatti una prevalenza di posizioni favorevoli alla continuità della transizione verde.
Per nove imprese su dieci la transizione rafforza la competitività
Il dato principale dell’indagine è che il 91% dei dirigenti intervistati ritiene che la transizione verde possa rafforzare la competitività dell’Unione europea nel lungo periodo.
Per gli intervistati, la prosecuzione delle politiche ambientali e climatiche può contribuire a ridurre l’esposizione delle imprese ai rischi legati al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, oltre a rafforzare la sicurezza energetica e l’accesso alle risorse e a rendere più prevedibili i costi.
Il quadro delineato dal sondaggio si contrappone quindi all’idea che sostenibilità e competitività siano necessariamente obiettivi in conflitto.
La semplificazione normativa genera incertezza
L’indagine si concentra anche sulle recenti iniziative dell’Ue per la semplificazione delle normative. Solo il 29% dei dirigenti dichiara di aver riscontrato effetti positivi da questi interventi.
Al contrario, il 55% afferma che gli sforzi di semplificazione hanno prodotto conseguenze negative o miste sulla propria attività.
Tra coloro che riportano effetti negativi o misti, la conseguenza indicata più frequentemente è la maggiore incertezza sulla direzione futura delle politiche europee, citata dal 57% degli intervistati. Un’altra criticità riguarda gli investimenti già effettuati per adeguarsi alla normativa europea e che, secondo gli intervistati, possono risultare parzialmente inutilizzati dopo successive modifiche delle regole.
Regole prevedibili tra le priorità delle imprese
Alla domanda sulle politiche necessarie per rafforzare la competitività europea, il 43% degli intervistati indica come priorità politiche e normative prevedibili e coerenti.
Seguono gli investimenti pubblici e gli incentivi, indicati dal 31%, e la disponibilità di energia pulita a prezzi accessibili, indicata dal 29%.
I risultati delineano quindi una richiesta di maggiore stabilità del quadro normativo, soprattutto per consentire alle imprese di programmare investimenti e strategie nel medio e lungo periodo.
I costi economici della crisi climatica
Il comunicato del Wwf richiama anche le conseguenze economiche degli eventi climatici estremi. Secondo la stima riportata, il caldo estremo dell’estate 2026 potrebbe ridurre il Pil dell’Ue di circa l’1% nel 2026, a causa dei danni economici associati alle temperature elevate.
Il Wwf cita inoltre una stima della Commissione europea, secondo cui il costo della mancata attuazione delle attuali normative ambientali dell’Ue raggiungerebbe circa 180 miliardi di euro all’anno, a fronte di 17 miliardi di euro di risparmi amministrativi annuali attribuiti finora agli interventi di semplificazione.
Si tratta, in entrambi i casi, di stime riportate nel comunicato e attribuite ai rispettivi soggetti, non di dati prodotti direttamente dall’indagine GlobeScan.
Il Wwf: competitività e sostenibilità non sono alternative
Commentando i risultati, Ester Asin, direttrice dell’Ufficio europeo del Wwf, sostiene che le imprese non chiedano ai decisori europei di scegliere tra competitività e sostenibilità, ma di garantire regole ambiziose e stabili che consentano di programmare investimenti e innovazione.
Secondo Asin, il rischio economico maggiore sarebbe legato non alla transizione verde in sé, ma al suo rallentamento e all’incertezza sulla direzione delle politiche europee.


