Perché le evidenze scientifiche disponibili non producono sempre un cambiamento? E che cosa possono fare i medici per l’ambiente, oltre a documentare i rischi? Da queste domande è partita la presentazione “Dalle evidenze all’azione. Il ruolo dei medici per l’ambiente”, firmata da Celestino Panizza e Roberto Romizi e illustrata nell’ambito del Congresso nazionale Isde Italia a Sansepolcro, in provincia di Arezzo.
Al centro dell’incontro è stata posta la necessità di collegare la conoscenza scientifica alla capacità di influenzare le decisioni pubbliche. Il degrado degli ecosistemi e il consumo delle risorse compromettono infatti l’ambiente da cui dipendono salute, sicurezza, equità sociale e prospettive delle generazioni presenti e future. Affrontarli richiede anche rendere visibili i fattori economici, politici e sociali che li alimentano.
Dall’adattamento alla rigenerazione
La presentazione ha distinto due prospettive. L’adattamento assume lo shock come un dato e cerca gli strumenti per assorbirne gli effetti. La rigenerazione pone domande sulle cause della vulnerabilità: perché una comunità è diventata così esposta, quali interessi beneficiano degli assetti esistenti e quali rapporti di potere devono cambiare.
Per Isde questa impostazione comporta l’impegno a collegare ogni problema ambientale e sanitario alle scelte che lo mantengono, chiarendo anche le implicazioni economiche e sociali delle possibili soluzioni.
Le indicazioni del questionario sul ruolo dei medici per l’ambiente
La riflessione è stata sostenuta da un’analisi qualitativa di 26 questionari compilati tra il 6 e il 15 ottobre scorsi. Le domande aperte hanno riguardato problemi, cause, decisioni necessarie, ostacoli, il ruolo dell’associazione e le risorse disponibili. I partecipanti hanno precisato che si è trattato di una lettura tematica esplorativa, senza rappresentatività statistica rispetto all’insieme dei soci. Le categorie individuate hanno quindi offerto spunti di discussione e orientamento.
I temi segnalati hanno attraversato molti ambiti della salute ambientale: Pfas, plastiche, acqua, aria, mobilità, consumo di suolo, clima, verde urbano, alimentazione, allevamenti, resistenza antimicrobica. È emersa anche l’attenzione alla qualità e alla rilevanza delle evidenze scientifiche utilizzate.
Pur nella diversità dei casi, l’analisi ha individuato ostacoli ricorrenti: interessi economici, inerzia delle scelte politiche, frammentazione delle competenze e delle responsabilità istituzionali, informazione insufficiente, abitudini consolidate e limiti regolatori. La persistenza dei problemi è stata dunque ricondotta a un insieme di condizioni che la sola disponibilità di informazioni non riesce a modificare.
Alleanze, formazione e comunicazione per incidere sulle scelte
Dalle risposte è arrivata la richiesta di regole e decisioni verificabili, formazione rivolta anche ad amministratori, tecnici e scuole, interlocuzione con le istituzioni e monitoraggio degli impegni. Altre indicazioni hanno riguardato la costruzione di alleanze territoriali e l’avvio di progetti pilota con risultati misurabili.
Un nodo centrale è stato quello della comunicazione dei dati. Ricerca e documenti di posizione possono sostenere il cambiamento quando diventano strumenti utilizzabili da cittadini, giornalisti e decisori. A questo si affianca l’esigenza di dare visibilità alle iniziative locali e ai risultati raggiunti.
La proposta ha quindi individuato due livelli di azione da collegare. Il primo verso la società attraverso informazione, formazione, partecipazione e alleanze. Il secondo verso le istituzioni con proposte, confronto, pressione sulle decisioni e verifica degli esiti. L’obiettivo indicato è stato costruire percorsi continuativi, capaci di trasformare la consapevolezza in scelte concrete.
Una proposta operativa per Isde e i medici per l’ambiente
La presentazione ha delineato un’associazione interdisciplinare e indipendente nella valutazione delle evidenze, radicata nei territori e coordinata sul piano nazionale. Una struttura capace di scegliere un numero limitato di priorità e seguirle nel tempo.
La proposta portata al Congresso ha previsto di selezionare quattro o cinque priorità attraverso criteri pubblici e condivisi, definendo per ciascuna obiettivi, decisori di riferimento, alleati, tempi e indicatori. A sostegno del percorso sono stati proposti gruppi misti nazionali e territoriali, accompagnati da un supporto comunicativo.
A completare il lavoro, la pubblicazione di un bilancio annuale delle decisioni influenzate e dei risultati ottenuti. Un modo per rendere verificabile il contributo dell’associazione e rafforzare il passaggio dalla denuncia dei rischi alla loro prevenzione.



