La crisi dei prezzi energetici e il futuro della transizione europea sono tra i principali temi del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles. Al vertice, il primo dopo la pausa estiva, i leader dei 27 Stati membri discuteranno di elettrificazione, fonti rinnovabili, efficienza energetica, reti e sistemi di stoccaggio, ma anche della revisione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS), del Regolamento sul metano e dell’applicazione del principio Do No Significant Harm (DNSH) nel bilancio dell’Unione.
In questo contesto, secondo ECCO, il think tank italiano per il clima, la transizione energetica resta uno strumento fondamentale per rafforzare l’autonomia strategica europea e ridurre strutturalmente i costi dell’energia. Il confronto tra i governi riguarda quindi non soltanto le misure per contenere la spesa nell’immediato, ma anche le scelte necessarie per diminuire la dipendenza dai combustibili fossili.
ETS, il confronto tra Italia e Unione europea
Come anticipato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle dichiarazioni successive all’incontro con il premier ceco Andrej Babiš, uno dei principali temi di confronto sarà la riforma dell’ETS, il meccanismo europeo che attribuisce un prezzo alle emissioni di CO₂. Il governo italiano sostiene da tempo che il sistema contribuisca ad aumentare i costi delle imprese in una fase già segnata dal caro energia.
In assenza di un consenso sufficiente per sospendere il meccanismo, Italia e Repubblica Ceca potrebbero cercare di intervenire all’interno dell’attuale quadro normativo per ridurre il prezzo del carbonio. Una strategia che, secondo ECCO, rischia però di produrre effetti negativi sulla competitività delle imprese italiane.
“Un ETS troppo debole premia chi ha aspettato e penalizza chi ha investito. Al Consiglio europeo l’Italia ha l’occasione di ottenere regole e risorse che premiano chi investe nelle tecnologie del futuro per uscire in modo strutturale dalla crisi energetica. Sprecare tale opportunità per un sollievo temporaneo in bolletta sarebbe un errore”, afferma Davide Panzeri, responsabile delle Politiche Italia-Europa di ECCO.
Il think tank evidenzia anche le differenze tra i sistemi energetici italiano e ceco. La Repubblica Ceca continua a utilizzare una quota significativa di carbone, mentre l’Italia ha quasi del tutto abbandonato questa fonte. Poiché le emissioni associate al carbone sono oltre il doppio di quelle del gas, il suo impiego comporta costi ETS più elevati.
Un indebolimento del meccanismo potrebbe quindi avvantaggiare la produzione elettrica da carbone e le attività industriali dei Paesi che dipendono ancora da questa fonte, con possibili ripercussioni sulla posizione relativa delle imprese italiane nel mercato unico. Queste ultime, sottolinea ECCO, hanno già ridotto in misura significativa il ricorso al combustibile fossile più inquinante.
Le risorse ETS e gli strumenti già disponibili
Per sostenere le imprese senza compromettere gli obiettivi di riduzione delle emissioni, ECCO richiama l’attenzione sugli strumenti europei già esistenti e sul loro utilizzo da parte dell’Italia.
Tra il 2012 e il 2024, le aste delle quote ETS avrebbero generato circa 18 miliardi di euro di entrate per lo Stato italiano. Secondo i dati citati dal think tank, soltanto il 9% risulterebbe destinato a politiche di transizione tracciabili, mentre la normativa europea richiede che il 100% delle entrate sia utilizzato per finalità coerenti con gli obiettivi previsti.
Un ulteriore strumento è la possibilità di compensare le imprese esposte al rischio di delocalizzazione per i costi della CO₂ incorporati nel prezzo dell’elettricità. Anche questa misura, prevista dalla direttiva europea, sarebbe sfruttata dall’Italia soltanto in misura limitata.
“L’Europa prevede già strumenti di risposta alle legittime preoccupazioni delle imprese, ma l’Italia li utilizza ancora molto poco”, ricorda Panzeri, sottolineando la necessità di utilizzare maggiormente le risorse disponibili anziché puntare a un indebolimento generalizzato dell’ETS.
Regolamento sul metano, il rischio di ulteriori rinvii
Un altro dossier riguarda il Regolamento europeo sulle emissioni di metano, pensato per ridurre le emissioni lungo la filiera energetica, comprese quelle associate alle importazioni. La Commissione europea ha annunciato il rinvio di un anno degli obblighi di monitoraggio, rendicontazione e verifica (MRV) per gli importatori.
Per ECCO, le preoccupazioni espresse dall’industria petrolifera e del gas sulle difficoltà di attuazione non giustificano un rallentamento delle nuove regole. Il rischio, secondo il think tank, è che la riapertura delle scadenze favorisca ulteriori richieste di concessioni o revisioni più ampie del regolamento.
“Un rallentamento al Regolamento sul metano appare una scelta poco giustificata, in quanto una riduzione delle emissioni di CH4 può produrre enormi benefici nella lotta al cambiamento climatico. Oggi, il Regolamento è l’unico strumento normativo europeo, e a livello globale, in grado di estendere gli standard alle emissioni lungo l’intera catena di approvvigionamento, incluse quelle dei Paesi produttori”, spiega Gabriele Cassetti, ricercatore senior di ECCO.
La Commissione ha inoltre suggerito di sospendere le sanzioni nella fase iniziale di attuazione, richiamando il contesto geopolitico e la sicurezza energetica europea. Il regolamento prevede già, tuttavia, la possibilità per gli importatori di fornire giustificazioni qualora il mancato rispetto degli obblighi dipenda da circostanze non imputabili a loro, come l’assenza di verificatori accreditati o ritardi attribuibili alla stessa Commissione.
Per ECCO, il punto centrale non è soltanto il rinvio in sé, ma la possibilità che questo apra la strada a nuove richieste di modifica da parte dell’industria oil and gas, già critica nei confronti della normativa.
Cassetti sottolinea anche il valore strategico del regolamento per l’Italia: “La cattura del gas nei Paesi fornitori aumenta la sicurezza dell’approvvigionamento europeo e riduce le emissioni lungo la catena di fornitura, e gli standard di importazione conferiscono all’Italia un nuovo margine di negoziazione nei partenariati con i Paesi produttori, dall’Algeria alla Libia e all’Egitto”.
Bilancio Ue e principio DNSH
Il terzo tema riguarda l’applicazione del principio Do No Significant Harm (DNSH), secondo cui gli investimenti non devono arrecare danni significativi all’ambiente, nell’ambito del bilancio europeo.
Nel suo intervento al Senato del 14 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha criticato l’impostazione proposta dalla Commissione europea. Secondo la premier, le prime bozze delle regole applicative rischierebbero di trasformare i criteri ambientali in un meccanismo di esclusione automatica di interi settori produttivi, citando come esempio quello dell’acciaio.
ECCO propone una lettura diversa delle disposizioni. Secondo Caterina Molinari, senior analyst di Finanza del think tank, l’approccio della Commissione rappresenta una forma di semplificazione perché concentra il controllo su un elenco ristretto di attività considerate dannose, tra cui le nuove infrastrutture fossili.
Sono previste deroghe in situazioni di crisi, per ragioni di interesse pubblico prevalente e per esigenze di difesa e sicurezza. Per ECCO, mantenere sotto controllo gli investimenti nelle nuove infrastrutture fossili è essenziale per evitare che le risorse europee finanzino progetti destinati a prolungare la dipendenza dal gas.
“I fondi europei non possono finanziare investimenti che rischiano di legare l’economia al gas per decenni, mentre la domanda europea di tale fonte è in calo”, afferma Molinari.
La posizione del think tank è quindi che il Consiglio europeo dovrebbe puntare a rafforzare gli strumenti di transizione già disponibili, anziché indebolire le regole ambientali. Per l’Italia, la sfida consiste nel conciliare la competitività industriale con investimenti capaci di ridurre in modo duraturo i costi energetici e la dipendenza dalle fonti fossili.



