Il Coordinamento FREE considera positiva l’apertura di un confronto europeo su una possibile flessibilità per le spese energetiche, purché la deroga sia mirata e vincolata a investimenti strutturali, come sembra essere l’orientamento di Ecofin, emerso da alcune ricostruzioni giornalistiche. La crisi dei prezzi dell’energia non può essere affrontata con misure emergenziali ripetute o con sussidi generalizzati: serve una risposta rapida, ma capace di ridurre in modo permanente e strutturale la dipendenza dell’Italia dal gas e dalla volatilità dei mercati internazionali.
La Commissione europea sta esaminando la richiesta italiana di estendere anche all’energia la clausola di salvaguardia già prevista per la difesa, ma ha ribadito che eventuali misure devono essere temporanee, mirate e non devono aumentare la domanda di combustibili fossili. È una cornice che FREE condivide appieno perchè la flessibilità ha senso solo se produce, più efficienza energetica, più elettrificazione negli usi industriali e domestici, più rinnovabili, più reti e più accumuli. Le prime stime parlano di un ordine di grandezza intorno ai 3 miliardi per una misura basata su fondi UE già disponibili e fino a circa 4,6 miliardi nello scenario relativo alla flessibilità di bilancio.
Questi 4,6 miliardi non devono diventare contributi diretti a pioggia, ma una leva pubblica per attivare investimenti privati e infrastrutturali quali efficienza energetica ed elettrificazione, aste competitive per rinnovabili, garanzie per PPA, accumuli, reti, fotovoltaico sugli edifici pubblici, comunità energetiche e semplificazione autorizzativa. Soprattutto quest’ultima è un punto derimente, a costo zero, che deve essere risolta una volta per tutte.
I numeri confermano l’urgenza. Nel 2024 la quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili in Italia è stata pari al 19,4%, mentre il target PNIEC al 2030 è 39,4%. Il Piano nazionale integrato energia e clima conferma inoltre l’obiettivo di arrivare a 131 GW di rinnovabili al 2030, quindi questa deroga avrebbe l’effetto di far accelerare l’Italia verso gli obiettivi del PNIEC.
«Una deroga ben delimitata può essere utile, ma solo se diventa una leva avviare misure infrastrutturali in grado di sbloccare investimenti in tutti i comparti dell’efficienza energetica, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. – afferma Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento FREE – Non servono scorciatoie contabili, né nuovi bonus indistinti in bolletta. Serve concentrare le risorse su interventi che abbassino il costo dell’energia nel tempo».
Il tema è strategico anche per la competitività dell’industria italiana. Secondo Confindustria, nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia elettrica in media 278 euro/MWh, contro 216 euro/MWh della media europea: quasi il 30% in più. È un divario che pesa sulla competitività del Paese e che non può essere corretto soltanto con interventi temporanei sul prezzo finale.
L’eventuale deroga dovrebbe avere criteri chiari:
- rientrano gli investimenti in nuovi impianti rinnovabili, repowering, accumuli, reti elettriche, elettrificazione dei consumi, efficienza energetica degli edifici e dei processi produttivi, comunità energetiche e strumenti per favorire contratti di lungo periodo da fonti rinnovabili;
- non rientrano sconti generalizzati in bolletta, aiuti non selettivi, spese correnti, misure che prolungano la dipendenza dalle fonti fossili o interventi privi di effetti misurabili sulla riduzione strutturale dei costi energetici.
L’Unione europea ha già indicato questa direzione con l’Affordable Energy Action Plan, che lega la riduzione dei costi a riforme strutturali, efficienza, maggiore diffusione delle rinnovabili e rafforzamento delle infrastrutture di rete. La Commissione con l’Affordable Energy Action Plan stima risparmi complessivi pari a 45 miliardi di euro nel 2025, fino a 130 miliardi annui nel 2030 e 260 miliardi annui nel 2040.
“Se l’Europa aprirà uno spazio di flessibilità, l’Italia deve usarlo bene e subito – conclude Piattelli – La vera tutela di famiglie e imprese non è rinviare il problema di qualche mese, con misure tampone, ma ridurre alla radice il costo dell’energia. Una deroga controllata e orientata a efficienza, elettrificazione e rinnovabili può essere una scelta di responsabilità europea e nazionale. Una deroga generica, invece, sarebbe solo l’ennesima occasione mancata”.










