DDL Concorrenza, WWF avverte: così le concessioni dei servizi pubblici locali ai privati saranno regola non eccezione

L'associazione osserva che al comma 2 dell’articolo 6 del provvedimento, di cui chiede lo stralcio, si stabilisce che gli enti locali debbano dare una motivazione anticipata e qualificata del mancato ricorso al mercato. "In poche parole se un comune o un gruppo di comuni vogliono continuare a fornire l’acqua potabile, smaltire i rifiuti, gestire i trasporti pubblici attraverso le proprie aziende dovranno spiegare alla Autorità Garante del Mercato perché vogliono ricorrere alla gestione pubblica, invece che ai privati"

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Operatori ecologici dell'AMA in piazza Madonna di Loreto dopo i servizi di controllo della questura di Roma, 4 settembre 2017. ANSA/CLAUDIO PERI

In una recente audizione dinanzi alla Commissione  Industria del Senato, il WWF Italia ha chiesto lo stralcio dell’art. 6 del disegno di legge sulla concorrenza o, in subordine, una modifica sostanziale della lettera f) del comma 2 dell’art. 6 del provvedimento, nel rispetto del risultato referendario del 2011 quando gli italiani si opposero alle forzature sull’affidamento al mercato della gestione dei servizi locali di rilevanza economica, come il servizio idrico integrato, i trasporti pubblici e lo smaltimento dei rifiuti.

Il WWF Italia propone di stralciare l’articolo 6 – che conferisce delega al Governo ad adottare un decreto legislativo di riordino della materia dei servizi pubblici locali – chiedendo di rinviare la trattazione di un tema tanto complesso ad un intervento legislativo che riparta dalla proposta di legge di iniziativa popolare che nel 2007 fu sottoscritta da 400.000 italiane e italiani (otto volte quanto richiesto dalla legge) e che peraltro è stata sempre ripresentata nelle varie legislature succedutesi (compresa l’attuale).

Nello specifico il WWF Italia osserva che al comma 2 dell’articolo 6, nel quale si fissano i principi e i criteri direttivi sulla base dei quali i decreti legislativi devono essere adottati, alla lettera f), si stabilisce, in estrema sintesi, che gli enti locali debbano dare una motivazione anticipata e qualificata (…) che dia conto delle ragioni che sul piano economico, degli investimenti e della qualità dei costi dei servizi per gli utenti, giustifichino il mancato ricorso al mercato.

In poche parole se un comune o un gruppo di comuni vogliono continuare a fornire l’acqua potabile, smaltire i rifiuti, gestire i trasporti pubblici e l’igiene urbana in house attraverso le proprie aziende dovranno spiegare alla Autorità Garante del Mercato perché vogliono ricorrere alla gestione pubblica, invece che affidarsi ai privati. In questo modo la concessione ai privati dei servizi pubblici diventerà la regola, mentre la gestione pubblica sarà l’eccezione. Viene così riproposta la logica sconfitta in occasione delle consultazioni referendarie del 12 e 13 giugno 2011 che portarono, tra l’altro, all’abrogazione dell’articolo 23-bis del decreto legge n. 112/2008, convertito con modificazione dalla legge n. 133/2008, sui servizi pubblici locali, a seguito del raggiungimento del quorum e ad una massiccia prevalenza degli elettori che ne chiesero l’abrogazione: al referendum parteciparono il 55% degli elettori e il 95% dei votanti votò per l’abrogazione.

L’art. 6 contrasta con il pronunciamento degli italiani nel 2011 per cui va stralciato o, in subordine, va modificando obbligando i Comuni a motivare qualunque scelta intendano fare (gestione pubblica o affidamento al mercato).

Il WWF ricorda in particolare la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 28 luglio 2010 (GA/10967) che dichiara “il diritto all’acqua un diritto umano universale e fondamentale”: questo diritto deve essere tutelato senza che ci siano penalizzazioni della gestione pubblica che privilegino un ricorso all’affidamento dei servizi pubblici locali ai privati non sempre giustificato e produttivo per la comunità.