Negli ultimi anni l’Unione europea ha intrapreso un percorso di revisione delle proprie politiche di gestione dei rifiuti, orientato ad aumentare la responsabilità del continente nell’intero ciclo di vita dei materiali. Tuttavia, l’attuazione pratica del nuovo regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti dell’Ue, il Waste Shipment Regulation, continua a evidenziare il forte legame dell’Europa con i mercati esteri per lo smaltimento e il recupero della plastica.
I recenti documenti pubblicati dalla Commissione europea segnano un passaggio chiave in questo processo. Da un lato è stata presentata la bozza dell’elenco dei Paesi non-Ocse autorizzati a importare rifiuti non pericolosi dall’Ue, ricordando che dal prossimo 21 novembre scatterà il divieto assoluto di spedire scarti di plastica verso tali destinazioni. Dall’altro lato, la Commissione ha pubblicato una valutazione approfondita sulla gestione della plastica in Turchia, Paese membro dell’Ocse e oggi principale destinazione dell’export europeo di rifiuti plastici.
Turchia: aumento dei flussi e criticità
A partire dal 2018, in coincidenza con la decisione della Cina di chiudere i propri confini all’importazione di rifiuti plastici dall’estero, la Turchia è diventata lo snodo centrale per le esportazioni comunitarie. I dati Eurostat riportati nell’analisi della Commissione indicano che in dieci anni i volumi verso Ankara sono aumentati di oltre il 2.700%, raggiungendo nel 2025 quota 510mila tonnellate, cifra che rappresenta circa il 36% dell’intero export extra-Ue di plastica.
Tuttavia, il rapporto tecnico elaborato da Bruxelles mette in luce diverse aree di incertezza riguardo alla sostenibilità ambientale di questi volumi. Innanzitutto, l’analisi evidenzia una diffusa mancanza di dati pubblici trasparenti e dettagliati sulla reale capacità di gestione e riciclo dei rifiuti domestici ed esteri in Turchia, dove si stima che solo una frazione ridotta del materiale locale venga effettivamente recuperata.
Inoltre, sebbene le autorità turche abbiano introdotto requisiti normativi più stringenti — come il limite di importazione fissato al 50% della capacità autorizzata dell’impianto e una soglia massima di contaminazione dell’1% —, il report sottolinea le difficoltà oggettive nel verificare l’applicazione effettiva di tali tetti. A queste problematiche si aggiungono le segnalazioni e le indagini sul campo condotte da diversi analisti, che documentano episodi di smaltimento improprio, abbandono di scarti non riciclabili, combustioni all’aperto nell’hub di Adana e conseguenti impatti sulle falde acquifere e sul suolo.
Il nodo dell’industria Ue dei rifiuti di plastica
Nonostante i dubbi e le informazioni incomplete sui reali tassi di riciclo e sulla gestione dei residui, la Commissione ha concluso di non disporre di elementi sufficienti per chiudere il canale commerciale, optando invece per un dialogo rafforzato e una nuova valutazione prevista per il 2028.
Questa decisione riflette le complesse condizioni in cui versa il settore del riciclo all’interno dell’Unione europea. L’industria continentale del recupero sta attraversando una fase di marcata difficoltà economica e operativa, dovuta all’aumento dei costi energetici e alla concorrenza dei polimeri vergini e dei riciclati a basso costo provenienti dai mercati asiatici. Negli ultimi anni il sistema europeo ha visto contrarsi in modo significativo la propria capacità di trattamento, rendendo difficile l’assorbimento interno di tutti i volumi di plastica generati.
In questo contesto, la chiusura imminente delle spedizioni verso i Paesi non-Ocse — come Malesia, Indonesia e Vietnam, che finora hanno assorbito oltre 600mila tonnellate annue — rende la Turchia uno sbocco ancora più determinante per l’equilibrio della filiera. La scelta della Commissione si configura dunque come un bilanciamento tra l’esigenza di inasprire i controlli ambientali e la necessità di garantire uno sbocco operativo ai materiali che il mercato interno non è ancora in grado di riciclare.



