“Finalmente”. Una riflessione

I diversi approcci alla transizione ecologica, il nuovo Ministero affidato a Cingolani, il petrolio, il gas e la CO2, Eni ed Enel, l'idrogeno e le rinnovabili, ma anche l'agricoltura e l'incarico a Patuanelli. Lorenzo Fanoli passa in rassegna alcuni temi ambientali alla luce del nuovo governo guidato da Mario Draghi

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Finalmente c’è il nuovo Governo. Provo a scrivere qualche impressione non su tutto ma almeno su alcune cose di cui ho qualche opinione.

A provare a immaginare la foto d’insieme, a parte un drappello piuttosto modesto di donne e uno più consistente di politici di lungo corso, mi sembra di vedere molte star da convegno (con Daniele Franco ai fogli excel).

Hanno quasi tutti una o più lauree e curriculum accademici significativi (fanno eccezione Maria Stella Gelmini che è stata a scuola dalle suore e Andrea Orlando che ha fatto il liceo scientifico). Sui curriculum siamo quindi a posto. Non vedo un Di Vittorio, ma erano altri tempi.

L’altra impressione è che sia una compagine in cui sono state rappresentate una buona parte delle diverse opzioni e approcci (a volte in conflitto) presenti ai “piani alti” del nostro Paese. A occhio mi sembra che non siano molti esperti di bassifondi e non è detto che sia un bene.

Entrando nel merito per quello di cui mi sono interessato di più nel tempo.

Transizione ecologica, tre approcci

La transizione ecologica è stata affidata a Roberto Cingolani, l’industria a Giorgetti, l’agricoltura a Stefano Patuanelli e le infrastrutture a Giovannini. La “transizione” è stata il tormentone finale lanciato da Grillo ma secondo me in pochi sanno davvero cosa sia e come definirla.

Dico subito che la mia opzione preferita per il nuovo Ministero, senza scherzi, sarebbe stata Caterina Sarfatti, perché è giovane, agguerrita, coraggiosa e interessata molto direttamente al futuro delle nuove generazioni. Da dieci anni fa un importante lavoro per la transizione ecologica delle città del mondo (C40 cities, ndr) e, inoltre, ha un marito che cerca di fare politica a sostegno degli scappati casa (e anche di chi una casa non ce l’ha proprio).

Nel concepirne i compiti e l’orizzonte e , anche nel suo titolare incaricato, credo che la transizione ecologica sia soprattutto concentrata sui temi energetici e della decarbonizzazione. Da quello che ho capito io (e semplificando) sulla transizione energetica esistono tre approcci.

Il primo è quello dei negazionisti che pensano che questa storia dei cambiamenti climatici sia fuffa, che Greta sia una mezza deficiente che mobilita un branco di cretini e che l’unico risultato che può venire fuori è che si perdano un sacco di danè e che verremo sommersi da debiti e conseguentemente colonizzati prima o poi dalla Cina che manderà i nostri giovani a lavorare nelle miniere di tungsteno per onorare i suddetti debiti.

Sembrano in declino ma non sono pochi. Credo che al momento abbiano capito che non è bene esprimersi così, ma sono ben convinti che bisogna resistere perché prima o poi tutto tornerà come prima. Ce ne sono molti, in particolar modo in Lombardia. Per loro parla Giorgetti e suggerisce Bonomi ( o viceversa, fa lo stesso).

Poi c’è un’altra opzione che si può sintetizzare nel claim “rinnovamento nella continuità”. Qui la questione è più complessa perché si basa su considerazioni in buona parte consolidate e sostenute dalla comunità scientifica nell’attuale assetto di scienza normale.1

Fondamentalmente concepiscono la transizione energetica come un processo lineare, a tappe intermedie, in uno scenario in cui i combustibili fossili, prevalentemente petrolio e gas, ancora per almeno 50 anni rimarranno centrali nell’economia mondiale. Pensano che la transizione si realizzerà gradualmente man mano e a condizione che le tecnologie diventino economicamente sostenibili. Questa transizione si potrà fare secondo loro grazie al finanziamento della ricerca destinando una parte dei profitti derivanti dalle attività Oil & Gas.

Pensano che il gas sia la soluzione “ponte” (ma – neanche troppo sotto sotto – molti pensano che sia la destinazione finale principale della transizione). Nel frattempo comunque si può mettere sotto terra un po’ di CO22, piantare qualche miliardo di alberi, continuare a produrre energia col Gas, muovendosi magari con auto ibride. E’ grossolanamente la posizione di ENI che, infatti, ha inserito nelle sue proposte per il recovery plan i suoi progetti di Carbon Capture in Adriatico.

Alla base c’è la convinzione di riuscire a gestire in tempi medio lunghi il processo riuscendo a garantire la tenuta del sistema “business as usual” e contenere le tensioni sociali che potrebbero derivare da cambiamenti troppo repentini. E’ un approccio apparentemente ragionevole e rassicurante e, a giudicare dall’intervista che ha rilasciato ad Eni, quella che più rappresenta le idee di Cingolani. Il valore delle azioni di ENI dal gennaio 2019 a gennaio 2020 è passato da 13,34 a 14,11 +6% (una buona performance?)

Il terzo approccio ritiene che il tempo sia molto più breve e che la transizione comporti un cambio di paradigma che deve essere affrontato con investimenti ingenti (non basterebbero neanche i miliardi del recovery per intenderci) audacia, visionarietà, mutamenti radicali dei sistemi organizzativi e politiche adeguate per gestire le tensioni sociali emergenti nel corso di questo processo.

Idrogeno e rinnovabili

In questo insieme ci sono molte grandi compagnie:

  • alcune stanno cedendo gli asset Oil&Gas,
  • altre sono uscite e sono passate direttamente alle rinnovabili (da noi l’ha fatto un genovese che non si chiama Grillo3 ma penso che ne sia amico e il valore delle azioni della sua azienda dal 2019 è cresciuto del 62%)
  • altre stanno investendo in maniera davvero ingente su rinnovabili, idrogeno, mobilità elettrica, sistemi di accumulo.

Shell, per esempio, con soldi che ha avuto dal governo Olandese ha investito molti miliardi di euro in un progetto per la costruzione di un Hub dell’idrogeno verde generato mediante eolico of shore e prodotto utilizzando piattaforme riconvertite che ha nel mare del nord. Lo fanno non perché sono più buoni ma perché hanno scelto questa via di uscita per mettersi al riparo dal loro declino e dalle turbolenze dei mercati dei prodotti petroliferi

Questo terzo approccio è assunto nei suoi piani strategici da Enel. Il valore delle sue azioni da gennaio 2019 a gennaio 2020 è passato da 5 a 7 euro (+26%).

Ci sono anche implicazioni geopolitiche che mi sono state spiegate e che in sintesi comporterebbero il fatto che la torsione verso rinnovabili e idrogeno verde permetterebbe all’Italia di “ambire ad essere il ponte ‘infrastrutturale’ tra il continente europeo e quello africano, favorendo ( a condizione che si riesca a garantire il rispetto di criteri di sicurezza e economicità) l’importazione dell’idrogeno prodotto in Nord Africa da fonte solare. La rete dei gasdotti italiana, inoltre, con opportuni interventi tecnici di conversione, potrebbe accogliere percentuali di idrogeno sempre maggiori, puntando a divenire l’hub europeo per l’idrogeno”.

Una posizione piuttosto diversa da quella attuale di Eni che ha il suo core business nell’attività di estrazione e produzione e che nel suo piano industriale, definisce il suo target produttivo con componente gas pari all’85% nel 2050. Vuol dire che fino al 2050 si brucia gas a manetta.

Quindi il tema della transizione riguarda scelte tecnologiche, strategie industriali, politiche occupazionali e di gestione degli impatti sociali conseguenti, posizionamento geopolico.

Cingolani sembra essere un campione delle tecnologie anche se nell’intervista citata parla di un mix in cui il gas, al momento rimane fondamentale e le rinnovabili non sarebbero sufficientemente remunerative. Per il resto non sappiamo niente. Lavorerà meglio di Costa ma non scommetterei che possa essere sufficiente.

Agricoltura

Quanto a Patuanelli gli è stata assegnata l’Agricoltura. Da quello che ne so chi ha lavorato con lui al MISE mi dice che ha fatto bene. Per quel che posso giudicare alla fine ha gestito l’ingresso di CdP in Ilva per provare a fare la riconversione ambientale. Non so se si riuscirà a farlo ma quando io ne parlai, nel 2013, con Alessandro Leogrande e con chi se ne stava allora occupando, mi sembrò essere la soluzione più praticabile. Sono passati 6 o 7 anni o forse più e alla fine è successo proprio questo.

L’agricoltura è molto importante, sia per la transizione sia perché è in corso un processo di riforma a livello europeo della PAC. Quella precedente non è stata un granchè e sul piano sociale ha prodotto rivolte sulle quote latte, e gilet gialli. Credo che sia un bene che ci sia lui e non Bellanova.

Molti soldi a pochi?

Di Colao so poco ma molti ne parlano bene. Ho qualche dubbio sulla sua predisposizione a valutare le ricadute sociali della “transizione” digitale, che avrà effetti occupazionali dirompenti sia positivi che negativi.

Ci sarebbe qualcosa anche da dire su efficienza energetica, bonus 110% etc. E’ stato molto criticato l’approccio dei soldi dati un po’ a tutti. Ma con le rinnovabili checchè se ne dica la cosa nel complesso ha funzionato nonostante tutte le carenze, gli errori e le stupidaggini che sono state fatte.

Quello che forse si rischia è che vengano dati molti soldi a pochi. La cosa può andare bene se si sceglie bene (e anche se si ha un po’ di fortuna: il caso Astrazeneca dovrebbe metterci in guardia) e se si hanno ben presenti i rischi di divaricazione e polarizzazione tra molto forti e molto deboli che potrebbe verificarsi.

Non vorrei poi che vengano dati molti soldi a chi, forse, potrebbe fare anche da solo.

1 Scusate se richiamo Khun in modo grossolano

2 Carbon capture che oltretutto suona molto Keynesiano (si fa un buco e invece di emetterla in atmosfera vi si stocca la CO2). Non sono contrario ma non è la soluzione definitiva.

3 Da qui suggerisco di ritenere conveniente cercare di capire che caspita vuole dire quando apre bocca (mi rendo conto che non sia facile ma tant’è e comunque io il genovese lo capisco e mi talvolta mi mette di buonumore).