La bioplastica compostabile che non si composta. Colpa del prodotto o dell’impianto di compostaggio? Inchiesta/2

Dopo aver interpellato i produttori la parola passa ai compostatori. Abbiamo intervistato Andrea Ventura (Bio Energie Trentino) per capire quali sono i problemi che si riscontrano negli impianti di compostaggio

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Continua l’inchiesta “La bioplastica compostabile che non si composta”. Dopo aver sentito i produttori di bioplastiche compostabili andiamo a valle della di tutta la filiera chiedendo direttamente a chi tutti i giorni deve trasformare il nostro rifiuto organico in un terriccio (per la precisione ammendante compostato misto) e energia (bio gas e/o biometano). Una premessa però è obbligatoria.

Come sempre le leggi e i regolamenti rincorrono l’evoluzione della società e delle tecnologie, e il settore dei rifiuti non è esente da questo fenomeno. Negli ultimi due decenni gli impianti di compostaggio hanno subito una propria evoluzione, passando da processi aerobici a quelli anaerobici e di conseguenza hanno trasformato e diversificato il loro core business. Se prima l’obiettivo era un compost di qualità oggi a questo si è aggiunta la produzione di bio gas. Quindi da semplici compostatori si sono trasformati anche in produttori di energie rinnovabili.

Per capire meglio l’allarme lanciato nei confronti delle bioplastiche compostabili, abbiamo intervistato chi nei fatti ha portato all’attenzione delle cronache nazionali questo problema, o presunto tale. Quindi la parola passa ad Andrea Ventura Amministratore Delegato di Bio Energie Trentino per capire quali sono i problemi che si riscontrano negli impianti di compostaggio.

Avete lanciato un “allarme” sul conferimento delle bioplastiche compostabili all’interno degli impianti di compostaggio…

Non abbiamo lanciato nessun allarme, abbiamo semplicemente detto che pensare di risolvere i problemi della plastica usa e getta monouso avviando politiche di transizione alla bioplastica, sempre monouso e sempre usa e getta, è una scorciatoia che andrà poco lontano. Nel senso che il problema non è la bioplastica in se ma che c’è una produzione di packaging esagerato. Non è cambiando il materiale che si risolve il problema dei rifiuti. I rifiuti si riducono se avviamo pratiche di riutilizzo e di riuso rispetto alle attuali forme di packaging spinto. Oggi il packaging è plastico, bioplastico, cartoncino, alluminio. Stiamo andando verso un eccesso di imballaggi. Questo è il vero problema.

Poi c’è un secondo tema legato alla giungla del biodegradabile dei prodotti presenti sul mercato e che hanno risposte differenti all’interno del ciclo di compostaggio. Ci sono prodotti che si degradano meglio e altri che fanno fatica.

Mi faccia un esempio di un prodotto che fa fatica a biodegradarsi.

Non posso dirle il nome di un prodotto specifico. Le filiere impiantistiche non sono nate per gestire la bioplastica ma gli scarti di cibo. Quindi gli impianti non sono tutti pronti. Quello che abbiamo detto è che la bioplastica non è un avanzo di cibo e quindi ha una risposta negli impianti è diversa dagli avanzi di cibo e di questo bisogna tenere conto nelle valutazioni e nelle politiche che si declinano in sede parlamentare. Perché altrimenti gli impianti posso andare in difficoltà in una fase di transizione come questa. E qui mi fermo. Nel senso che non stiamo dicendo che i prodotti non sono biodegradabili e né che non sono compostabili. Siamo dicendo che alcuni impianti, come il nostro, sono nati per trattare gli scarti delle cucine, gli avanzi di cibo, il verde e non gli imballaggi in bioplastica e questo necessita di tempi, di tecnologie, adeguamenti e forse anche di qualche riflessione.

Quindi se la questione è questa, per assurdo, bisogna cambiare lo standard di compostabilità dei prodotti in bioplastica?

No, non è il mio compito parlare di questo. La mia opinione è che la strada da seguire non è quella del packaging in bioplastica compostabile. La strada è il riuso e il riutilizzo. Noi siamo per la promozione di politiche che vadano contro l’usa e getta. Il resto è un problema contingente che riguarda la transizione dalla plastica alla bioplastica che genera delle criticità nelle filiere impiantistiche.

Quindi nel vostro impianto avete un problema legato alle bioplastiche compostabili che arrivano attraverso la raccolta dell’umido, e se sì in quale modo riuscite a superarlo?

In questo momento non c’è nessun problema. Una parte viene compostata, una parte viene selezionata, una parte viene scartata e una parte viene recuperata, Ripeto il tema non è immediato ma di prospettiva. Queste politiche dove ci porteranno? A svuotare il bidone degli imballaggi oggi in plastica e spostarlo negli impianti di compostaggio? È questo che si vuole fare?

Ultima curiosità. Ho letto che in circa 23 giorni dal vostro impianto esce un prodotto quasi finito…

Noi abbiamo un impianto anairobico che ha un processo abbastanza veloce dal punto di vista del trattamento. Ma non è una nostra esclusiva, ci sono tanti altri impianti che hanno le nostre stesse tempistiche con tecnologie efficienti e innovative. Non siamo più nel contesto degli impianti di compostaggio a novanta o cento giorni. Ora ci sono tecnologie che permettono di accorciare i tempi del compostaggio degli avanzi di cibo…

E non della bioplastica compostabile?

Per la bioplastica si fa fatica. Naturalmente io parlo per il nostro impianto. Non voglio assolutamente dire che la bioplastica non sia degradabile e né che non sia compostabile in valore assoluto, e neppure che tutti hanno lo stesso problema. Noi abbiamo segnalato sul nostro territorio questa criticità perché in questo momento questa criticità esiste e quindi gli attori della filiera della bioplastica e degli impianti si parlino per cercare di trovare delle soluzioni tecnologiche al problema