Linee guida sugli indumenti usati. Occhio del Riciclone: ‘Un passo concreto verso la pulizia del settore’

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Pietro Luppi, direttore di Occhio del Riciclone Italia

580

Dopo un travagliato dibattito durato oltre due anni, lo scorso 8 gennaio Utiitalia ha finalmente presentato le sue Linee Guida per l’affidamento del servizio di gestione degli indumenti usati. Ossia la raccolta e il recupero dei vestiti usati che milioni di cittadini conferiscono ogni giorno in decine di migliaia di cassonetti stradali. Un’attività che fa parte a pieno titolo della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ma che si intreccia storicamente con l’azione di Caritas e di altri enti solidali. Purtroppo le filiere che nascono da quest’attività sono da tempo infiltrate dalla criminalità organizzata e sono caratterizzate da gravi delitti ambientali. Gli enti solidali hanno spesso rappresentato la faccia pulita e il primo anello di una filiera i cui principali beneficiari sono camorristi che riciclano il denaro e alimentano la terra dei fuochi. Data la magnitudine del problema, nel 2018 la Commissione Bicamerale “Ecomafie” ha deciso nel 2018 di aprire un filone d’inchiesta specifico proprio sugli abiti usati. Ma le vicende giudiziarie dimostrano che i criminali chiudono e aprono le loro imprese in un batter d’occhio contando sulla solidità delle loro fonti di approvvigionamento locali, ossia sugli operatori che raccolgono il rifiuto tessile e che spesso appongono sui contenitori stradali loghi accattivanti e che alludono ad azioni solidali o caritatevoli. E’ importante quindi combattere il fenomeno alla radice, puntando sulla prevenzione ancor prima che sulla punizione, creando meccanismi che escludano le filiere sporche a partire dall’affidamento del servizio di raccolta. In questo senso, le Linee Guida di Utilitalia rappresentano un passo fondamentale e sono un’ottima notizia per tutti coloro che hanno a cuore la buona salute del settore. Ovviamente Utilitalia, in quanto associazione di categoria delle aziende di igiene urbana, non può imporre alle proprie affiliate come scrivere le gare. Ma le Linee Guida introducono il principio che chi affida il servizio deve farsi responsabile della destinazione degli indumenti e danno indicazioni concrete a tutte le stazioni appaltanti che vogliano favorire le filiere più etiche e trasparenti. Verificare che gli impianti di trattamento abbiano una regolare autorizzazione non è assolutamente sufficiente. Di fatti, lo scorso autunno il Procuratore Ettore Squillace Greco ha confermato alla Commissione Ecomafie che le infiltrazioni criminali riguardano soprattutto le filiere autorizzate. I cassonetti abusivi, per quanto dannosi e irregolari, non sono la parte più importante del problema. I criminali di maggiore caratura mirano ai flussi principali, non ai rivoletti irregolari dell’abusivismo. A essere coinvolto nelle inchieste è anche, o soprattutto, il mainstream: i grossi player, quelli che controllano il mercato e gestiscono gli indumenti di buona qualità provenienti dalle zone più ricche del Nord.

Le Linee Guida riguardano ovviamente le filiere autorizzate, e pertanto una loro applicazione generalizzata potrebbe veramente colpire al cuore gli interessi criminali e aprire una fase di riforma positiva delle filiere. Sempre e quando le resistenze del settore non siano troppo forti e vanifichino tutto quanto.

Come in una fotografia, il documento di Utilitalia enumera le modalità di gara attualmente vigenti: il primo tipo di affidamento è il più diffuso, riguarda solo la raccolta e non offre reali garanzie di trasparenza. Il secondo tipo prevede uno spacchettamento dei servizi di raccolta e recupero e presenta forti difficoltà di applicazione perché spezza il ciclo di qualità della filiera. La terza opzione estende l’oggetto del servizio non solo alla raccolta ma anche al recupero, e se gestita in un certo modo può offrire le maggiori garanzie di eticità e trasparenza. Ciò naturalmente comporta un maggiore sforzo di strutturazione da parte di chi si voglia candidare a gestire il servizio. Occorre infatti disporre di un proprio impianto di recupero, oppure impegnarsi in accordi formali di rete con titolari di impianti di recupero, oppure sommare le proprie forze ad altri operatori della raccolta per gestire gli impianti di recupero in maniera consorziata: tutte ottime soluzioni che consentiranno alle stazioni appaltanti di esigere i certificati antimafia ai titolari degli impianti e avere informazioni su quello che fanno.

Le Linee Guida fissano poi un altro importantissimo principio: gli operatori che ottengono vantaggi competitivi o di immagine dichiarando di essere solidali dovrebbero portare prove al rispetto. Tra il dire e il fare, infatti, c’è di mezzo il mare. Se il modo di fare solidarietà è impiegare soggetti svantaggiati, occorre dimostrare la validità dei progetti di reinserimento e indicare con precisione quali sono gli svantaggiati effettivamente coinvolti nel servizio oggetto della gara. Se la solidarietà invece viene fatta usando i margini della vendita dei vestiti per erogare cifre di denaro a progetti sociali, bisognerà dichiarare l’esatta entità di questo contributo solidale e saperne spiegare l’impatto sulle iniziative finanziate. Se i vestiti vengono donati ad enti solidali che poi se li rivendono, va da sé che il contributo dichiarato non possa riferirsi a un presunto prezzo di mercato all’ingrosso evitato ma debba essere strettamente aderente all’effettiva cifra di denaro destinata alla solidarietà al termine di tutti i cicli di vendita.

Ma i relatori del convegno dell’8 gennaio hanno fatto notare come, in questo periodo di crisi del mercato, per gli operatori sia molto complicato ottenere margini economici per la solidarietà: quindi c’è il rischio concreto che, nonostante possa essere dichiarata, non esista una vera attività solidale; oppure che abbia smesso di esistere lasciando la priorità alla sopravvivenza delle strutture. Infatti a causa del fast fashion e di altri fattori tendenziali aumentano i vestiti da raccogliere e di conseguenza aumentano anche i costi di raccolta. Ma allo stesso tempo la qualità dei vestiti diminuisce vertiginosamente, riducendo i ricavi ottenuti grazie a riutilizzo e mercato dell’usato e facendo levitare i costi legati a riciclaggio e smaltimento. Quindi i punti di equilibrio economici stanno saltando, i margini non ci sono quasi più e saranno sempre più difficili da ottenere.

Per superare tale crisi, che colpisce nella stessa misura sia gli operatori profit che quelli non profit, è fondamentale che i produttori e distributori di abiti nuovi inizino coprire parte dei costi della filiera in virtù delle norme sulla responsabilità estesa del produttore. Altrimenti la situazione rischia di precipitare. L’8 gennaio il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha lanciato un segnale d’allarme molto chiaro: gli operatori meno etici potrebbero reagire alla crisi moltiplicando i delitti ambientali al fine di ottenere illeciti risparmi. Altri relatori del convegno hanno denunciato una grave tendenza già in atto: per dare sbocco ai vestiti di bassa qualità gli operatori della raccolta e del recupero si rivolgono sempre di più ad operatori indiani e pakistani che fanno riciclo di scarsa qualità, impiegano lavoro minorile e accendono roghi incontrollati con gli scarti di selezione.