Plastic Tax, l’ennesimo rinvio a gennaio 2027 divide il settore

La decisione di posticipare ulteriormente l'imposta sui manufatti in plastica monouso riaccende il dibattito economico. Da un lato i riciclatori denunciano l'occasione persa per dare slancio alla plastica rigenerata, dall'altro le imprese frenano di fronte alla mancanza di un quadro normativo stabile e integrato con le nuove regole europee

Plastic Tax

L’ennesimo slittamento della Plastic Tax, che secondo Greenpeace Italia porterà a una perdita di quasi due miliardi di euro tra il 2020 e il 2026, continua a dividere il mondo economico e industriale italiano. La decisione di congelare l’imposta di 0,45 euro al chilogrammo sui manufatti in plastica monouso (Macsi) fino all’1 gennaio 2027 ha scatenato reazioni contrapposte tra le associazioni di categoria, i consorzi di filiera e i rappresentanti della sostenibilità ambientale.

Rinvio Plastic Tax: il lato dei riciclatori

Da un lato, il fronte dei riciclatori e delle filiere del recupero ha accolto il nuovo rinvio della Plastic Tax con forte contrarietà. Gli operatori del settore evidenziano come la tassa, se applicata, avrebbe rappresentato un volano per aumentare la richiesta e la competitività della plastica riciclata (come l’R-Pet) rispetto alla plastica vergine, i cui costi sui mercati restano fortemente sbilanciati.

Sul punto, le analisi del settore evidenziano infatti come l’imposta avrebbe potuto rappresentare una boccata d’ossigeno per la domanda di materiale di qualità. Come sottolineato dagli esperti del comparto ripresi da Materia Rinnovabile: “Se davvero il governo vuole aiutare i riciclatori, la strada è quella di aumentare la richiesta di plastica riciclata“.

Il lato industriale

Dall’altro lato, le associazioni industriali del comparto manifatturiero e del packaging guardano al nuovo rinvio con un misto di sollievo temporaneo e profonda insofferenza per la cronica incertezza normativa. Dal punto di vista dei produttori e dell’industria alimentare, infatti, il continuo succedersi di proroghe impedisce una pianificazione industriale solida a medio-lungo termine.

Molte aziende sottolineano che, in assenza di un quadro fiscale stabile e in attesa dei paletti definitivi imposti a livello comunitario dal nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi (Ppwr), l’imposta rischia di trasformarsi in un aggravio burocratico piuttosto che in un reale strumento di transizione, penalizzando la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali.

Il risultato è un limbo normativo che scontenta quasi tutti gli attori in campo: le imprese lamentano l’impossibilità di pianificare investimenti stabili in ricerca e sviluppo, mentre i sostenitori della transizione ecologica denunciano il perdurare di un sistema che continua a rimandare i segnali strutturali necessari per disincentivare l’uso dei materiali meno sostenibili.

Articolo precedenteQualità aria, estate da dimenticare per l’ozono: già superati limiti Ue