Spagna, come sta andando l’obbligo per vetrine ed edifici pubblici di spegnere le luci alle 22

Il provvedimento fa parte del cosiddetto "piano shock" del governo Sàanchez per il risparmio energetico in seguito alla crisi scatenata dal conflitto in Ucraina ed è entrato in vigore lo scorso 10 agosto. Anche se è molto difficile fare un bilancio esaustivo, sembra che la misura venga per lo più rispettata in larga parte del paese, con molte strade e piazze colme di attività commerciali che sono andate incontro ad una vera e propria metamorfosi visiva. Il 25 agosto il Congresso decide se confermare le misure

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Il 2 agosto il governo spagnolo ha approvato un Regio Decreto-Legge con misure di austerity che prevede un “Piano Shock” per il risparmio energetico negli edifici non residenziali di grande consumo come gli edifici amministrativi, ma anche nelle aree pubbliche e negli edifici commerciali. Il provvedimento è una risposta alla crisi scatenata dal conflitto in Ucraina ed è entrato in vigore lo scorso 10 agosto: attraverso nuovi limiti che riguardano principalmente temperature e illuminazione, punta a ridurre rapidamente i consumi e ad efficientarli, favorendo l’elettrificazione, snellendo reti e infrastrutture, favorendo lo stoccaggio e l’autoconsumo e promuovendo la sostituzione del gas naturale con gas rinnovabili.

Tra le misure di risparmio ce n’è una piuttosto eclatante sull’illuminazione, quanto meno per come modifica l’ambiente urbano a cui si è abituati nelle ricche città occidentali, che però ha avuto uno scarso risalto mediatico. Eppure introduce un cambiamento non da poco, ovvero l’obbligo per le vetrine dei negozi e per gli edifici pubblici non occupati di spegnere la luce alle ore 22.00, che per vie e piazze colme di attività commerciali significa andare incontro ad una vera e propria metamorfosi visiva, come testimoniano alcune foto di Barcellona, Madrid, Valencia, Siviglia.

Siviglia, PACO PUENTES

Dalla misura sono esentati i monumenti, la cui illuminazione ornamentale può rimanere accesa, anche se questo ha creato un po’ di confusione come riportano i media spagnoli, per via della destinazione d’uso di alcuni edifici, così come è stata problematica in alcuni casi anche la gestione dell’illuminazione tra interno ed esterno di alcune particolari costruzioni. Per esempio a Madrid tutti gli edifici del patrimonio nazionale, come i Palazzi Reali o il Monastero Reale di El Escorial hanno dovuto spegnere le luci, mentre tutti quelli che hanno categoria di monumento, come ad esempio le Poste Reali, possono tenerle accese.

Madrid, Telemadrid

Inutile dire poi che alcuni esercenti hanno trovato il modo di aggirare il divieto, spegnendo le luci delle vetrine dei negozi ma lasciando accese alcuni luci interne, in grado di illuminare comunque le vetrine stesse. Alcuni invece non le hanno spente proprio, come testimoniano alcuni scatti, almeno nei primi giorni di entrata in vigore del provvedimento, che ricordiamo rimarrà in vigore fino al 1° novembre 2023. C’è poi un discorso che riguarda le differenze tra quartieri altolocati e zone popolari, sottolineato da un reportage di El Pais, che ha mostrato come ad esempio a Madrid gli unici negozi che tengono le luci accese dopo le dieci di sera si trovano nelle strade con il più alto potere d’acquisto. Mentre nella maggior parte degli altri quartieri della capitale, anche in quelli più popolari dove la luce pubblica dell’illuminazione stradale è nettamente inferiore e in certi casi molto scarsa, il divieto è pressoché rispettato da tutti i negozianti.

Madrid, Elconfidencial

Anche se è molto difficile fare un bilancio esaustivo, sembra che la misura venga per lo più rispettata in larga parte del paese, dall’Andalusia alla Cantabria. Eppure non mancano le proteste. Dapprima l’amministrazione Madrid, che si è subito opposta al piano nella sua interezza, non solo per quanto riguarda l’illuminazione. Pochi giorni fa invece la Confederazione spagnola del commercio (CEC) ha chiesto al governo la revisione del regio decreto-legge, dicendo che “il piano non tiene conto della diversità delle attività e di area geografica in cui queste sono ubicate” e che il governo “avrebbe dovuto avere il consenso delle piccole imprese, prima di definire misure che considera difficili da applicare e che, a suo avviso, causano incertezza giuridica per la loro contraddizione con altre normative vigenti”.

Per quanto riguarda invece i dati sul risparmio energetico a livello nazionale, ebbene sembra che il piano funzioni. Un breve comunicato del Ministero per la Transizione Ecologica di lunedì 22 agosto traccia un primo bilancio: nella seconda settimana di agosto c’è stata una minore domanda di energia elettrica e una ancora più bassa nella terza. “Dall’8 al 14 agosto, sono stati consumati 5.056 gigawattora (GWh), 3,7% in meno rispetto alla settimana precedente e 1,8% in meno rispetto agli stessi sette giorni del 2021. Nella seconda settimana di applicazione, dal 15 al 21 agosto, sono stati consumati 4.575 GWh, il 9,5% in meno rispetto alla settimana precedente e l’8,6% in meno rispetto agli stessi sette giorni del 2021.

Il decreto è atteso giovedì 25 agosto alla prova del Congresso, che dovrà convalidare le misure di risparmio energetico o meno.