Il progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta delle criticità molto serie. Per questo Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio per richiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) del 30 gennaio scorso che valutava positivamente l’impatto ambientale del progetto di sviluppo delle infrastrutture del “Ccs Pianura Padana” presentato da Snam Rete Gas.
Le associazioni contestano in particolare il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più “agile”. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e deltizi delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico. “La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa sottolinea Simona Abbate, campaigner Energia e Clima di Greenpeace Italia – si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂”.
Per Greenpeace Italia, infatti, il Ccs è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: “Promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno”, continua Abbate.
Il progetto Ccs Pianura Padana
Ccs Pianura Padana consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna Ccs”, a sua volta pietra angolare del “Ccs Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi al largo di Ravenna. Ma anche di sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo.
Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna Ccs, che comprende sia le infrastrutture su terra del Ccs Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO₂.
Il ricorso al Tar
I motivi del ricorso al Tar partono dalla scelta illegittima, secondo Greenpeace Italia e ReCommon, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento. L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione è quella relativa alle infrastrutture su terraferma, denominata per l’appunto Ccs Pianura Padana.
Secondo le associazioni, però, è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “progetto di interesse comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti al largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e camion.
Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente. “Ma quale sicurezza energetica! – commenta Elena Gerebizza di ReCommon -. Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura ‘permanente’ della CO₂ tutta da provare”.
Secondo Gerebizza, ci sono poi criticità importanti sia nella costruzione che nel funzionamento e nel mantenimento del progetto. “Questo – dice – potrebbe generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi. Il Ccs Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla”.
Le problematiche
Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto Ccs Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025 hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni: buona parte di queste non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente. La procedura rientrava nell’ambito del Pnrr-Pniec ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica.
Le associazioni hanno riscontrato delle carenze nella valutazione di incidenza (Vinca), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Ccs Pianura Padana. “Dalla documentazione del progetto – commentano gli avvocati delle associazioni Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti – emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della Via in termini di sicurezza, ambiente e impatto sulle aree protette”.
Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, continuano gli avvocati, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto Ccs Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo. “Nel ricorso – concludono – sono anche state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna”.










