Clima, studio Cmcc-Ca’ Foscari sulla vulnerabilità al caldo estremo

Una nuova collaborazione tra CMCC, University of Bristol e Università Ca’ Foscari Venezia presenta su Nature Sustainability la prima valutazione multidimensionale della Systemic Cooling Poverty in 28 paesi del Sud Globale, mostrando come la vulnerabilità al caldo estremo sia determinata non solo dal clima, ma anche da fattori come infrastrutture, disuguaglianza, salute e condizioni di lavoro

Clima, studio Cmcc-Ca’ Foscari sulla vulnerabilità al caldo estremo

Che impatti hanno le temperature estreme sulle persone nel mondo e come possiamo garantire che siano al sicuro dal punto di vista termico? Una nuova collaborazione tra CMCC, University of Bristol e Università Ca’ Foscari Venezia presenta su Nature Sustainability la prima valutazione multidimensionale della Systemic Cooling Poverty in 28 paesi del Sud Globale, mostrando come la vulnerabilità al caldo estremo sia determinata non solo dal clima, ma anche da fattori come infrastrutture, disuguaglianza, salute e condizioni di lavoro.

La Systemic Cooling Poverty descrive situazioni in cui le persone non riescono a mantenersi in condizioni di sicurezza termica a causa della sovrapposizione di diverse forme di deprivazione, che vanno da abitazioni inadeguate e mancanza di spazi verdi e blu allo scarso accesso ad assistenza sanitaria, misure di protezione e condizioni di lavoro eque. Invece di concentrarsi esclusivamente su indicatori comuni, come l’accesso all’aria condizionata, l’indice considera cinque dimensioni: esposizione climaticainfrastrutture e benidisuguaglianze sociali e termichesaluteistruzione e standard lavorativi.

“La Systemic Cooling Poverty è un concetto e uno strumento di orientamento che aiuta a organizzare la combinazione di condizioni che portano individui, organizzazioni o comunità a incontrare rischi per la salute, dovuti non solo ai cambiamenti climatici e al caldo estremo, ma anche a una serie di altri fattori infrastrutturali”, afferma la coautrice dello studio Antonella Mazzone, ricercatrice presso la University of Bristol e collaboratrice del CMCC e del Centre for Environmental Humanities (NICHE) dell’Università Ca’ Foscari Venezia. 

Mazzone, che ha ideato il concetto di Systemic Cooling Poverty, spiega che la vulnerabilità al caldo estremo non è solo una questione di reddito e povertà energetica, ma riguarda piuttosto l’intersezione tra fattori climatici e socio-istituzionali.

Tra i tre miliardi di individui rappresentati nel dataset dello studio, oltre due terzi risultano essere in condizioni di insicurezza termica in almeno una dimensione, e quasi 600 milioni di persone vivono in regioni con grave Systemic Cooling Poverty, affrontando contemporaneamente molteplici forme di deprivazione. Entrando più nel dettaglio, istruzione e standard lavorativi emergono come il fattore prevalente, interessando circa 2,2 miliardi di persone, seguiti da esposizione climatica, infrastrutture e salute.

“Questo dimostra che ci sono molti fattori che influenzano la Systemic Cooling Poverty: trasporti, materiali edili, leggi e regolamentazioni relativi al lavoro e all’esposizione al caldo, oltre all’accesso ai servizi”, afferma il ricercatore del CMCC e primo autore dello studio Giacomo Falchetta. “Per esempio, una città in cui tutti hanno l’aria condizionata non è necessariamente una città in cui la Systemic Cooling Poverty non esiste.”

Il rischio legato al caldo non è determinato soltanto dal clima o dal reddito. Alcuni paesi strutturalmente caldi, come IndonesiaEgitto e Giordania, registrano valori relativamente bassi dell’Indice di Systemic Cooling Poverty perché ottengono risultati migliori nelle dimensioni non climatiche, come infrastrutture e accesso ai servizi. Altri, tra cui Etiopia o Repubblica Democratica del Congo, appaiono molto più vulnerabili nonostante temperature medie più miti, a causa di profondi divari infrastrutturali e disuguaglianze sociali.

“Tra i paesi inclusi nella nostra valutazione, Indonesia, Egitto e Giordania sono tra quelli con i livelli complessivi più bassi di Systemic Cooling Poverty, mentre altri paesi che non sono altrettanto esposti al caldo estremo sono meno preparati. La Systemic Cooling Poverty non può essere ridotta semplicemente a una questione di reddito e clima, perché ci sono fattori di rischio più complessi”, afferma Enrica De Cian, ricercatrice del CMCC, professoressa presso l’Università Ca’ Foscari Venezia e coautrice dello studio. Lo studio rivela soltanto una debole correlazione lineare tra il PIL pro capite nazionale e la Systemic Cooling Poverty, indicando che il solo reddito è un indicatore insufficiente della vulnerabilità sistemica al caldo.

Il quadro sviluppato dai ricercatori è pensato come uno strumento capace di orientare politiche e pianificazione: può aiutare a identificare quali combinazioni di fattori (per esempio mancanza di spazi verdi e blu, materiali abitativi inadeguati, accesso limitato ai servizi sanitari o condizioni di lavoro non sicure) stanno determinando la vulnerabilità in ciascun contesto. Per le città e i governi locali, questo significa poter indirizzare gli interventi dove le misure di adattamento sono più necessarie.

“Questo indice potrebbe aiutare a orientare la pianificazione a livello locale, guidando politiche e pianificazione multidimensionali che includono elementi come aree verdi o blu e il relativo accesso”, afferma Gaia Bertarelli, co-autrice dello studio e professoressa presso l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Concetti come thermal justice e systemic cooling poverty arricchiscono il dibattito pubblico e politico su energia e clima, andando oltre nozioni ristrette di povertà energetica per cogliere chi sia effettivamente protetto dal caldo estremo e chi invece venga lasciato indietro.

Inoltre, questo tipo di studio potrebbe essere applicato anche ai paesi del Nord Globale, dove le infrastrutture e le percezioni sociali del caldo sono molto diverse, ma dove vulnerabilità sistemiche stanno emergendo rapidamente.

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