Nella mia condizione di sfollato ambientale provvisorio sto approfittando del fatto che, a mille metri di quota, in mezzo a luoghi poco frequentati, si sta abbastanza bene, per non dire bene. Non è sempre così, ovviamente: anche qui fa più caldo della media stagionale. Però, essendoci mediamente dieci gradi in meno rispetto alle città di pianura e un po’ di venticello, si sta bene.
Mi viene in mente questa parola, “sfollato”, perché è la stessa che usavano i nostri nonni e, nel mio caso, anche i genitori. Durante la Seconda guerra mondiale molta gente abbandonava Torino, e credo anche altre città, per sfollare, cioè per stare provvisoriamente in luoghi che si ritenevano meno esposti ai bombardamenti. Poi magari tornavano giù, andavano e venivano. Sicuramente mia nonna, Bella Hutter, aveva scritto qualcosa sul fatto che era stata sfollata.
Questa è la prima osservazione che voglio fare: i luoghi più freschi rimasti in Italia. Certo, è bene che non vengano presi d’assalto, perché altrimenti rischiano di essere gentrificati, massificati e di perdere la loro qualità. Però ce ne sono molti che sono davvero sottoutilizzati, borghi semiabbandonati e sentieri poco frequentati. Così come è successo per il mare, non dico milioni, ma certamente moltissime persone potrebbero trovare momenti di benessere durante le ondate di calore in luoghi dove queste sono molto meno pesanti e che oggi restano sottoutilizzati e poco frequentati.
Vorrei parlare delle mie storie con il caldo, delle mie storie da ambientalista alle prese con il caldo. Sono partite naturalmente quando ero più giovane, con forme di resistenza nei confronti degli alti consumi elettrici. Inizialmente mi facevo vanto di non avere assolutamente il condizionatore d’aria.
Quando però ho scoperto che i ventilatori consumano pochissimo — cosa che non tutti sanno, mentre tutti sanno che i condizionatori consumano molto — sono diventato un fanatico dei ventilatori. La loro efficacia l’ho scoperta durante un viaggio in Sri Lanka, quando ci trovammo in un clima tropicale, caldo e umido, ma l’energica pala a soffitto del bungalow ci salvava ampiamente. Così mi sono affacciato a questo secolo e a questo millennio come l’uomo dei ventilatori e non dei condizionatori.
Dicevo che non volevo usare l’aria condizionata. Anzi, la mia posizione era che bisognasse ovunque schermare, ombreggiare abitazioni e uffici e usare i ventilatori. Del resto, quello era anche un periodo — parentesi — in cui cercavo di non usare nemmeno l’ascensore. Poi, con il passare del tempo e dell’età, e parallelamente con il riscaldamento climatico, mi sono concesso entrambe le cose: prima l’ascensore e poi, per ultima, l’aria condizionata.
Come Eco dalle Città ci siamo occupati abbastanza presto della questione di come contrastare il caldo nelle città. Oggi è un po’ difficile accedere a quell’archivio, ma tutto nacque a cavallo della terribile estate del 2003. Eravamo appena nati e facemmo parecchie interviste e approfondimenti, in particolare con un professore del Politecnico di Milano. Si parlava, per esempio, della necessità di cambiare i colori dell’asfalto e dei tetti. In città siamo abituati a cercare il fresco e quindi dovremmo avere superfici chiare, bianche o comunque riflettenti. Invece le nostre città sono piene di superfici scure che attirano molto più calore.
Questa è anche una delle osservazioni che vorrei fare. Se ne parla pochissimo, ma continuano a esserci moltissime automobili nere. Avete provato a toccare un’automobile nera e una bianca parcheggiate vicine in questi giorni di grande caldo? Vi accorgerete che la differenza di temperatura è impressionante. Questo vale persino per le magliette che si indossano. Infatti non capisco perché tante persone continuino a vestirsi di nero. Certo, esisteva la tradizione delle vedove mediterranee vestite di nero, ma durante l’estate forse sarebbe meglio vestirsi con colori chiari.
Sempre sul tema del caldo in città, dopo tutti quegli approfondimenti, ci siamo occupati del raffrescamento urbano: il cooling, il raffrescamento che dovrebbe diventare un diritto tanto quanto il riscaldamento. È un tema a lungo trascurato che deve diventare centrale.
Dopo tutto quello che è seguito, soprattutto dopo il grande caldo del 2003, ci siamo divertiti con il “big jump”, l’occasione di fare il bagno nei fiumi che attraversano le città. Era un’iniziativa francese, poi estesa a molti Paesi europei. Me ne accorsi e, in collaborazione con Legambiente, la portammo a Torino. Per alcuni anni, mi pare dal 2009, abbiamo fatto uno o più tuffi nel Po, ma soprattutto un appuntamento fisso ogni estate. Bisognava almeno avvisare una barchetta della polizia locale o della protezione civile che ci seguisse. Il problema principale era la corrente.
In effetti ci fu un anno, dopo circa quattro edizioni, in cui dovetti farmi aiutare da una di queste barchette per tornare a riva, perché la corrente era piuttosto forte. Niente di catastrofico, ma a quel punto avevo ormai superato i sessant’anni. Mio padre, che era ancora lucidissimo ed era anche il mio medico, mi disse: «Senti, alla tua età lascia perdere, non fare più questi bagni nel Po».
Però continuo a chiedermi come mai il bagno nel Po non venga praticato più massicciamente dai giovani torinesi. Certo, ogni tanto capita che qualcuno anneghi, ma quei pochi casi sono spesso dovuti al fatto che le persone finiscono in acqua ubriache o senza saper nuotare.
Forse questa ondata di calore che stiamo vivendo, nel giugno 2026, così intensa in gran parte dell’Europa, darà un’ulteriore svolta alla consapevolezza che aveva iniziato a diffondersi nel 2003.
È da allora che si fanno piani d’emergenza per assistere gli anziani durante il caldo. È da allora che si è cominciato, molto timidamente, a impostare il tema di alcuni cambiamenti urbanistici e delle depavimentazioni per raffrescare le città. Si è fatto poco, ma almeno il tema è diventato ufficiale.
Negli ultimi anni sono nati anche provvedimenti normativi per evitare il lavoro all’aperto nelle ore più calde.
Parentesi: i nostri ragazzi Ecomori lavorano all’aperto nelle ore più calde. Spesso si tratta di lavori di poche ore, ma per alcuni di loro rappresentano l’unica opportunità disponibile. Togliere anche quella sarebbe un problema serio. Vedremo come andrà. Finché ci saranno i mercati e gli ambulanti al lavoro, noi continueremo a fare recupero cercando di restare il più possibile all’ombra.
Tra le questioni nuove da valutare c’è il fatto che i consumi elettrici ormai devono inevitabilmente tenere conto dei condizionatori. Credo che la battaglia contro i condizionatori sia ormai impossibile da vincere: in moltissimi casi sono diventati necessari. Bisogna però organizzare le case, la propria vita e l’uso dei ventilatori in modo da limitare il più possibile il ricorso ai condizionatori, sia per ragioni di risparmio individuale sia per ragioni collettive. La rete elettrica, infatti, può andare in difficoltà e, come si vede, possono verificarsi blackout.
Una cosa che penso, anche se non ne ho la certezza tecnica, è che potrebbe essere utile ridurre altri consumi durante le ondate di calore e soprattutto nei momenti di picco: elettrodomestici, illuminazione e vari macchinari. Questo potrebbe aiutare la rete a reggere l’inevitabile domanda legata ai condizionatori. Naturalmente c’è anche da sperare che vengano sviluppati condizionatori sempre più efficienti e meno energivori.
Quando mi sono reso conto che sarei rimasto parecchi giorni come sfollato ambientale, ho chiesto a un amico che ha le chiavi di casa mia di andare a spegnere il frigorifero, che era inutilmente acceso. Un altro amico mi ha raccontato che negli ospedali francesi, da quando è iniziata la canicola, è stato dato ordine di spegnere le luci nelle parti comuni dove non è necessario che restino sempre accese, mentre prima lo erano.
Sono piccolissime cose, ma anche queste piccole attenzioni vanno tenute presenti per ridurre i consumi.










