“Una delle caratteristiche formidabili di Carlo è quella di trasformare le idee piú ardite in progetti, creare alleanze per realizzarli e poi lasciare spazio al coinvolgimento di altre persone”. Così si legge nell’introduzione all’intervista che Roberto Mezzalama, scienziato ambientale e presidente di Torino Respira, realizzò con il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, nel 2021 e contenuta nel suo libro “Il clima che cambia l’Italia”, edito da Einaudi. Petrini, è morto il 21 maggio all’età di 76 anni.
Ecco l’intervista di Mezzalama:
Incontro Carlo Petrini dopo molti anni da una mia collaborazione con Slow Food, alla presentazione del Laboratorio per la sostenibilità e l’economia circolare dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, laboratorio al quale l’amico Silvio Greco mi ha chiesto di collaborare come partner tecnico. L’Università di Pollenzo è una delle tante creazioni di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, ideatore di eventi come il Salone del Gusto e Cheese, e considerato uno degli italiani piú influenti a livello internazionale.
Una delle caratteristiche formidabili di Carlo è quella di trasformare le idee piú ardite in progetti, creare alleanze per realizzarli e poi lasciare spazio al coinvolgimento di altre persone. Ricordo una delle prime interviste che lessi su di lui vent’anni fa, quando raccontava della sua esperienza di salvataggio di un piccolo rappresentante della grande biodiversità zootecnica italiana a rischio di scomparire: il cappone di Morozzo, primo presidio di Slow Food e sinonimo di rivitalizzazione di una piccola produzione locale. Quello è stato solo uno dei primi esempi della sua visione e determinazione, ma anche di una semplicità nei modi veramente non comune e di un’applicazione dell’espressione «yes we can» (spesso declinata in dialetto piemontese).
Nel 2013, con la stessa bontà d’animo e sincerità di intenzioni Carlo scrisse una lettera a papa Francesco che diede il via a un dialogo profondo, ma incredibilmente leggero nei toni, sui temi della giustizia sociale e ambientale, recentemente trasformato in un libro. Con Carlo decido di discutere alcune delle questioni che rendono particolarmente difficile affrontare la crisi climatica.
Cinquant’anni fa veniva pubblicato I limiti dello sviluppo, i cui scenari vennero molto criticati ma si sono puntualmente avverati. Il Summit della Terra di Rio è stato tenuto ormai trent’anni fa. Il Protocollo di Kyoto ha quasi 25 anni. Tutti questi segnali allarmanti sono stati ignorati e tutti questi impegni internazionali sono stati largamente disattesi; secondo te perché?
«Penso perché gli effetti della crisi climatica, in alcuni casi, non sono ancora facilmente percepiti e soprattutto definiti come tali. Per questo motivo, anche se siamo testimoni e a volte anche vittime di disastri ambientali in esponenziale crescita, non riusciamo comunque a capire la gravità e l’urgenza della situazione e dunque la necessità di intervenire. Cosí facendo ci stiamo però avvicinando sempre piú a un punto di non ritorno. Per quanto riguarda la governance, malgrado l’impegno delle Nazioni unite e del segretario generale Guterres su questo fronte,
si riscontrano molteplici problemi di coordinamento. Infatti, quando i comportamenti e le decisioni devono essere attuati a livello dei singoli governi non c’è piú unità di intenti. L’esempio piú lampante è l’accordo di Parigi: neppure un anno dopo la sua approvazione è stato disatteso da una delle principali potenze che contribuiscono alla produzione di CO2. Ci sono poi anche intenzioni virtuose, come ad esempio quelle dell’Unione europea, ma che da sole non bastano: poiché la casa comune è una e abitiamo tutti sulla stessa Terra dobbiamo agire di conseguenza. Ecco dunque che dal punto di vista operativo osserviamo situazioni molto diverse tra loro: vi sono grandi potenze
mondiali con interessi a volte contrastanti rispetto alle necessità ambientali, altri Paesi che invece si trovano in un diverso stadio del loro sviluppo e devono conciliare le esigenze dell’ambiente con crisi strutturali e sociali importanti. Seppur non sia facile far dialogare sistemi culturalmente e politicamente differenti, ci troviamo però in un periodo storico in cui o la governance internazionale diventa piú incisiva, o altrimenti temo che non ci siano belle prospettive per il futuro. In questo scenario, ciò che mi restituisce un po’ di fiducia è osservare l’attivismo dell’attuale generazione di giovani che dice basta. Una generazione che non è ancora al potere, ma che spero tra qualche anno avrà l’autorità e l’autorevolezza per effettuare scelte virtuose, ammesso che queste avvengano prima che la situazione drammatica che si sta vivendo sul pianeta diventi irrimediabile».
Anche nel nostro Paese l’agricoltura e la pesca sono messe in crisi pesantemente dal cambiamento climatico. Eppure durante le mie interviste ho colto ancora una certa reticenza anche nei testimoni piú colpiti, da un lato ad ammettere la vera scala del problema e dall’altro a impegnarsi in prima persona per combattere il cambiamento climatico. Tu conosci bene il mondo dell’agricoltura e del cibo, qual è la tua impressione?
«La consapevolezza c’è ma è a macchia di leopardo. C’è gente che è molto sensibile e ha comportamenti virtuosi nella vita personale e aziendale, ma ci sono anche persone che pensano ancora che quello della finitezza delle risorse, terra compresa, non sia un problema e ragionano ancora con paradigmi vecchi sia dal punto di vista economico che produttivo. La realtà è molto diversificata, se però faccio il paragone con dieci anni fa, devo ammettere che la componente virtuosa è cresciuta in modo forte e oggi l’importanza di queste tematiche viene intercettata anche ai fini aziendali. Quello che si definisce negativamente come “greenwashing” è sintomatico del fatto che questi aspetti non si possono piú evitare. Detto questo non basta che ci sia un uso ed abuso di parole come sostenibilità, green o comunità se poi dopo non vengono applicate».
Vedo però che ci sono alcuni che pensano veramente che tutto sommato si possa andare avanti lo stesso senza grandi cambiamenti.
«Non so se anche dopo la pandemia si permetteranno di dire «tutto sommato andiamo avanti», perché quando il male è cosí incisivo ti devi fermare, eccome. Per ribadire questa necessità ci sono alcuni elementi evidenti a tutti: nell’Oceano Pacifico stanno lentamente scomparendo isole intere, i nostri litorali sono erosi in modo continuo dall’acqua. Questa è una questione che riguarda noi tutti, e l’urlo del segretario delle Nazioni unite Guterres non può rimanere inascoltato. Se continuiamo a non fare nulla per rallentare l’aumento delle temperature, a fine secolo coloro che vivranno le conseguenze disastrose di questa noncuranza non saremo certo noi, ma persone che oggi hanno dieci, quindici anni, che conosciamo. Dobbiamo impegnarci e combattere l’egoismo di chi non capisce o non vuol capire che in questo modo si sta perpetrando una ingiustizia intergenerazionale. Non è che noi oggi l’ingiustizia la perpetriamo solo su coloro che vivono adesso su questa Terra, ma la infliggiamo in maniera molto piú forte su quelli che dovranno vivere una situazione drammatica a causa della mancata assunzione delle nostre responsabilità».
Tu hai avuto un ruolo in una fase della vita del Partito democratico e conosci bene molti esponenti politici di primo piano. Da lontano l’impressione è che la gravità della situazione sfugga completamente a chi ci governa e amministra. Tu che impressione hai? Sono piú inconsapevoli, incapaci di proporre soluzioni o terrorizzati dalla gestione del consenso?
«I meccanismi che governano la politica sono di breve respiro, nel senso che non vanno oltre il periodo tra un’elezione e l’altra. Non si ragiona in termini di visione, ma in termini di gestione del consenso nel brevissimo periodo: è piú giusto parlare alla pancia degli elettori, piuttosto che assolvere a un compito di formazione e di educazione, che dovrebbe essere il compito della politica. Invece no, questo è l’attuale comportamento di coloro che stanno ai vertici, e penso che la situazione non cambierà nel breve periodo, a meno che non aumenti quella componente giovanile di cui parlavo prima, che gioco forza imporrà queste tematiche anche alla politica».
Negli ultimi due anni c’è stata una crescita molto forte dell’attenzione sul cambiamento del clima, grazie soprattutto ai giovanissimi che sono scesi in piazza in numero incredibile e a movimenti come Extinction Rebellion che hanno espresso una nuova radicalità. Cosa pensi di questi movimenti? Non credi che sarebbe il caso di assumere questa radicalità anche da parte di associazioni e movimenti piú consolidati come Slow Food?
«La radicalità è giusta però va inquadrata in un contesto sociale. Si sa che io negli ultimi tempi sono sostanzialmente d’accordo con la visione dell’ecologia integrale proposta da papa Francesco. Un pensiero che pone l’accento sui disastri ambientali e sulla loro capacità di generare sofferenze enormi a tutta l’umanità e quindi anche a noi stessi, ma che si manifesta con ancor piú violenza nei confronti dei poveri: che possono essere nel nostro Paese, ma anche piú in generale in Paesi poveri che sono pieni di indebitamento da cui non riescono a uscire. Questa visione deve portarci a capire che il vero paradigma che deve essere cambiato alla radice è una concezione sbagliata dell’economia basata sull’unica prospettiva e anche l’unica forma di misurazione: il profitto. O si cambia quello oppure tutto diventa un parlare inutile. È per questo che ci vuole la radicalità, perché oggi si sta inasprendo non solo la situazione ambientale, ma anche la giustizia sociale e l’equità a livello internazionale. Un movimento come Fridays for Future oggi è ancora in una dimensione “liquida”. Le esigenze, i problemi e le necessità diventano sempre piú evidenti quando invece si passa da una situazione liquida ad una piú strutturata, ed è in questo contesto che può emergere qualche incongruenza. Detto ciò si può comunque mantenere una linea di determinazione su queste tematiche, senza per forza vendere l’anima al diavolo. Loro sono alle prime armi, speriamo vadano avanti bene!»
Quali sono le esperienze e le pratiche di Slow Food che pensi possano essere assunte dal movimento per il clima?
«Per quello che riguarda la mission di Slow Food ritengo importante sottolineare fortemente quella che è stata la sua principale caratteristica in tutti questi anni: la difesa della biodiversità. Davanti alla minaccia di vedere scomparire specie vegetali, razze animali ma anche il savoir-faire delle popolazioni, noi abbiamo insistito per difendere questa biodiversità e in particolare difendere quella economia di piccola scala che ancora oggi sulla Terra garantisce il cibo al 70% dei viventi. Quindi questo è il nostro impegno e, per le cose che ho detto prima, deve essere assolutamente rispettoso degli aspetti ambientali, tanto è vero che noi storicamente abbiamo collegato il concetto di qualità a tre aggettivi: buono, pulito e giusto. Una volta bastava dire che un cibo era buono ed eravamo tutti contenti, ma noi sosteniamo che, anche davanti a un cibo buono, se non c’è il rispetto per l’ambiente e la giustizia sociale non è possibile dare un giudizio di qualità positivo. È questa la grande novità che c’è nel panorama mondiale: non può esistere qualità se non c’è il buono, pulito e giusto, assieme. Ci tengo inoltre a precisare che quanto affermato non è molto differente dai grandi principî su cui si sono basati l’Illuminismo e successivamente l’èra moderna, ossia i valori di libertà, fraternità e giustizia. Il problema è che oggi siamo molto attenti alla libertà che viene concepita come il diritto di ognuno di fare ciò che vuole. Siamo un po’ meno attenti sul piano della giustizia, com’è evidente da tutto quello che abbiamo detto fino a qui, e siamo assolutamente assenti sul piano della fraternità. Quando invece è la fraternità che garantisce libertà e giustizia, e non viceversa».
Oggi la narrazione «mainstream» è quella dello sviluppo sostenibile, che non mette in discussione la crescita economica infinita e l’arricchimento personale illimitato. Tuttavia una serie di studi scientifici ha mostrato come la crescita «verde» sia in gran parte un mito e come i piú ricchi siano anche i maggiori inquinatori. Tu come la vedi? Come si fa a mettere in discussione questi due «dogmi» della società?
«La storia dell’umanità non è basata solo su quei pilastri lí, questa è una storia abbastanza recente, sono gli ultimi due o
trecento anni che hanno posto l’elemento del profitto al centro di tutto. Per secoli i beni relazionali e comuni hanno avuto la stessa dignità del profitto individuale. Si tratta quindi di far riaffiorare questi beni che, anche se non entrano dentro i bilanci, sono l’anima di ogni azienda. Se un’azienda non si pone anche l’obiettivo di volere il bene e l’interesse nelle relazioni, a lungo andare perde il senso di esistere. Recuperare i beni comuni e i beni relazionali non vuol dire avere una logica deflattiva, ma anzi, adottare un’ottica di sviluppo che non si basa solo sul profitto, ma sulla condivisione. Quindi è un esercizio che dobbiamo fare tutti per uscire da questo paradigma. Non possiamo continuare a dire di dover cambiare modello di sviluppo se poi alla fine tutto resta come prima. Si può cambiare eccome, e ce lo sta dimostrando anche questa crisi che ci costringe ad una situazione molto difficile che tutti cercano spasmodicamente di superare con le logiche vecchie. Però la dialettica è ancora aperta, io non la do per chiusa».
Chi sono quelli che secondo te dovrebbero essere gli attori del cambiamento? Abbiamo parlato dei giovani, ma loro saranno fuori dalle leve del potere ancora per una decina di anni; cosa succede nel frattempo?
«No, attenzione, per quanto riguarda l’esercizio del potere sono d’accordo, ma in quanto a influenza sulle decisioni mancano solo pochi anni. Il diritto al voto lo acquisiscono a diciotto anni e quindi, se adesso sono adolescenti, tra un paio di anni saranno una massa di elettori ben superiore a chi ha l’età media e comanda. C’è anche da dire che oggi avere voglia di presentarsi alle elezioni richiede molto coraggio, perché amministrare enti che non hanno risorse e si trovano nel crocevia di tutti i mugugni immaginabili è un atto di sacrificio. Solo se sei nel Parlamento nazionale hai una rendita di posizione tremenda, puoi infatti permetterti di entrare e uscire dalla maggioranza e fare tutte le cose oltraggiose che abbiamo visto in questi anni. Per non parlare poi del Parlamento europeo. Ma quando tu vuoi amministrare una città è veramente dura».
Una domanda piú personale: tu cosa provi di fronte alle prospettive di un mondo dominato dal cambiamento climatico?
«Ma sai, ognuno cerca di fare quello che può. Io non penso di avere gli strumenti atti a cambiare lo stato delle cose, ma accompagnare le giuste istanze, diventare artefici di comportamenti virtuosi, promuoverli e cercare con il dialogo di portare avanti il fronte è ciò che ognuno di noi può e dovrebbe fare, avendo coscienza dei propri limiti e del proprio ambito operativo. A supporto della mia affermazione mi fa piacere riportare l’esempio della rete di Terra Madre: una realtà diffusa sul territorio che, pur non avendo facoltà di esercitare o incidere direttamente sul potere, ha l’autorevolezza per denunciare e portare avanti istanze in grado di influenzare le decisioni. Dopodiché il momento è particolare, bisognerà attendere per vedere come ne usciremo: io non sono affatto sicuro che il dopo sarà meglio
per tutti. Può anche darsi che sarà peggio, bisogna quindi stare attenti e portare avanti queste istanze, ricordandosi delle tante sofferenze individuali con cui ci si confronta, che a volte sono enormi. È però anche vero che spesso chi non vuol cambiare non sono quelli che soffrono, che hanno i problemi individuali, ma chi gode di privilegi e non è disposto a perderli».










