L’Italia si sta riscaldando a una velocità superiore alla media globale, con effetti diretti e profondi sul ciclo dell’acqua e sull’equilibrio del bilancio idrico nazionale. L’aumento delle temperature intensifica e rende più frequenti sia i periodi di scarsità idrica, come le siccità, sia gli eventi estremi in cui l’acqua è eccessiva, come le bombe d’acqua e le alluvioni.
II nuovo rapporto “Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia” presentato nell’ambito della Venice Climate Week 2026, e realizzato da Italy for Climate, il centro studi su clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, analizza i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica mettendo in evidenza come l’acqua sia oggi uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico.
Troppa acqua. In Italia gli eventi estremi, come alluvioni e grandinate, sono quasi triplicati negli ultimi sei anni. Il Mediterraneo registra temperature ben oltre le medie storiche e Venezia, nel 2024, ha toccato il record assoluto di eventi di alta marea. Un’evoluzione che si traduce anche in un costo crescente dei danni, che ha raggiunto i 145 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024, ma con una fortissima accelerazione registrata proprio negli ultimi anni.
Troppo poca acqua. Allo stesso tempo, l’Italia dispone oggi di una quantità di acqua pro capite pari a circa la metà della media europea, in calo del 20% rispetto a un secolo fa. A fronte di questa ridotta disponibilità, il nostro Paese è quello che preleva più acqua in Europa, con livelli particolarmente elevati in agricoltura, negli usi civili e nell’industria, mentre i ghiacciai stanno scomparendo.
«La crisi climatica in corso genera, con variabilità territoriali e stagionali, rilevanti pericoli sia di siccità sia di inondazioni. Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico in tutti i settori, al rinnovo delle reti per porre fine alle ingenti dispersioni, al riuso irriguo delle acque affinate con recupero di fosforo e azoto dai fanghi di depurazione, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali di adattamento: fermare la cementificazione e l’impermeabilizzazione del territorio, aumentare le aree di espansione e di rispristino delle fasce fluviali e delle aree umide, di accumulo delle piogge nelle zone urbane e periurbane. Tutto questo richiede consapevolezza, utilizzo degli strumenti di analisi dei rischi e di pianificazione dell’adattamento climatico ormai disponibili e risorse certe, stabili e durature, anche dopo la fine della disponibilità dei fondi del PNRR» spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
L’Italia si scalda più velocemente della media mondiale
Negli ultimi 50 anni l’aumento della temperatura media atmosferica registrato in Italia è stato di 2°C. Più la temperatura cresce più aumenta l’evaporazione aumentando il rischio di siccità; ma allo stesso tempo più la temperatura aumenta e maggiore è l’umidità che si immagazzina nell’atmosfera e che può dare vita a eventi meteoclimatici estremi. Così in Italia aumenta l’intensità e la frequenza di momenti in cui di acqua ce n’è troppo poca, come le siccità che colpiscono d’estate e principalmente le regioni meridionali, e momenti in cui di acqua ce n’è troppa, come mostrano le bombe d’acqua e le alluvioni che avvengono nei mesi più freddi e piovosi e che colpiscono maggiormente le regioni settentrionali.
Gli impatti della crisi climatica non risparmiano neanche il mare. I mari hanno assorbito circa il 90% del calore in eccesso prodotto dalle emissioni di gas serra. Il risultato è che nel 2023 il Mediterraneo ha superato per la prima volta la soglia dei 20°C di temperatura media annua superficiale e il trend è in crescita. Un cambiamento che sta alterando gli equilibri della biodiversità marina: con l’aumento della temperatura del mare è arrivata l’Amphistegina lobifera, una specie aliena invasiva che si sta diffondendo sempre più, nel 2010 la sua presenza sulle coste italiane era stata rilevata in un solo sito, nel 2024 su 33. Gli effetti del clima sul mare sono più evidenti a Venezia: il mare è già 41 cm più alto rispetto ai livelli di fine ‘800. Nel 2024 si sono registrati oltre 200 eventi di alta marea.
«In Italia da anni stiamo assistendo ai mutamenti preoccupanti indotti dal riscaldamento globale sull’acqua del nostro Pianeta. Un Mediterraneo sempre più caldo comporta rischi diretti per la biodiversità, come testimonia l’aumento esponenziale delle specie aliene, ma anche per le coste e le città costiere, minacciate dall’innalzamento del livello del mare. Sulla terraferma assistiamo al paradosso della troppa o troppo poca acqua. Precipitazioni sempre più intense, che oramai sono la normalità piuttosto che l’eccezione, mettono a rischio la vita di milioni di persone, soprattutto nel nord Italia. Dall’altro lato, temperature sempre più elevate e assenza di pioggia nei mesi estivi per periodi prolungati minacciano soprattutto le regioni meridionali, con gli abitanti di alcuni capoluoghi che oramai si stanno abituando ad una nuova normalità: quella dei razionamenti nell’erogazione dell’acqua, che non sono più un’eccezione della stagione estiva» conclude Andrea Barbabella, Responsabile Scientifico di Italy for Climate.
Quando l’acqua è troppa: triplicano gli eventi estremi, 2,9 milioni di famiglie a rischio, il conto dei danni
Sono 2,9 milioni le famiglie che vivono in aree a rischio alluvione e con loro 1,5 milioni di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che non dipende solo dal clima ma anche dalla cementificazione del territorio: nel 2024 sono stati cementificati 7.850 ettari di suolo, quasi il 70% in più rispetto al 2016, aumentando l’impermeabilizzazione dei suoli e il rischio di alluvioni. In 6 anni sono triplicati gli eventi estremi: nel 2025 in Italia sono state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019 in primo luogo nelle regioni del nord Italia: il numero di grandinate e piogge eccezionali registrati tra il 2019 e il 2025 sono circa 1.550 in Veneto, 1.300 in Lombardia, 950 in Piemonte, 800 in Friuli-Venezia Giulia e 750 in Emilia-Romagna. Questo vuol dire che in appena cinque regioni si concentra il 60% di tutte le grandinate e piogge intense degli ultimi anni. Tra il 1980 e il 2024, i danni per gli eventi climatici estremi sono costati all’Italia 145 miliardi (una somma seconda solo a quella della Germania), con un trend in forte accelerazione. A livello europeo su una finestra di 45 anni, ben il 25% di tutte le perdite si è concentrato tra il 2021 e il 2024.
Quando l’acqua è troppo poca: Italia in stress idrico
L’Italia è in stress idrico: preleva il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento idrico, l’Italia è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e Spagna, ad aver superato la soglia di allerta fissata al 20%. Questo dato è influenzato da due fattori: la disponibilità della risorsa idrica e il livello dei prelievi. O da un mix di entrambi, come nel caso dell’Italia. La disponibilità d’acqua in Italia è calata del 20% in cent’anni. Se guardiamo alla disponibilità, analizzando la media del trentennio 1991-2020 (visto che la variabilità da un anno all’altro è molto elevata bisogna ragionare su medie di tanti anni) in valore assoluto l’Italia non è messa male: con 135 miliardi di m3 in media in un anno. Ma se si analizza il dato in rapporto alla popolazione, le cose cambiano: con circa 2.300 m3/anno pro capite la disponibilità di risorsa idrica rinnovabile in Italia è circa la metà della media europea (circa 4.400 m3/anno) e il Paese si trova in fondo alla classifica anche se in questo caso fa meglio di Spagna, Germania (entrambe con circa 2.100 m3/anno) e Polonia (con 1.600 m3/anno). Per l’Italia il 2022 è stato l’anno con minore disponibilità idrica da un secolo di rilevazioni, con meno della metà di acqua rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Un sintomo dell’impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità della risorsa idrica riguarda anche le precipitazioni nevose che si sono dimezzate dagli anni ’50 del secolo scorso (da più di 16 miliardi di m3 all’anno a 8) e i ghiacciai, la cui superficie sempre dagli anni 50 ad oggi si è ridotta di più del 30% perdendo anche decine di metri di spessore. La Marmolada, il gigante di ghiaccio, nell’ultimo secolo ha perso l’80% del proprio volume e, secondo le previsioni, non vedrà il 2050.
Italia, la prima in Europa per prelievi d’acqua
Cala la disponibilità d’acqua, ma l’Italia si conferma il Paese Europeo con il record di prelievi: circa 36 miliardi di m³ nel 2023, più di Spagna (33), Francia (26) e Germania (24). Quali sono i motivi di questo record? Prima di tutto la necessità di irrigare i campi del settore agricolo, con 17 miliardi di m3 prelevati nel 2023, secondo solo a quello della Spagna. Dopo l’agricoltura, a pesare di più sul totale nazionale sono i prelievi per uso civile: nel 2023 questo settore è stato responsabile di oltre 8 miliardi di m3 di prelievi idrici, record assoluto in Europa. L’85% di questi prelievi deriva da acque sotterranee di migliore qualità rispetto a quelle superficiali ma con impatti ambientali peggiori, superiori alla media della UE27 del 66%. Sui prelievi a uso civile pesa anche il dato delle perdite:il 42% dell’acqua che preleviamo si perde nelle reti, e la situazione continua a peggiorare (era il 32% sono nel 2008). Poi ci sono i prelievi del l’industria, nel 2023 stimati in 6,6 miliardi di m3 un altro record assoluto, davanti alla Germania, prima manifattura europea ma ferma a 6,2 miliardi di m3. Dove l’Italia fa un po’ meglio è nei prelievi di acqua per la generazione elettrica in cui, con 4 miliardi di m3 nel 2023, siamo sesti in una classifica che vede la Francia, con 16 miliardi di m3, assoluta primatista anche a causa della produzione record da nucleare.










