La proposta: “Dopo una certa ora illuminazione dei monumenti solo a pagamento”

L'intervento di Paolo Hutter per Eco dalle Città su Avvenire: "C'è un punto sul quale i Comuni sono completamente liberi, ed è quello della luce cosiddetta decorativa, di monumenti, facciate, chiese, palazzi. Negli ultimi decenni è stato un boom. Ora è il caso di tornare indietro. Partendo dalle eliminazione delle assurdità, perché alle tre non ci sono necessità turistiche o di culto per tenere acceso neanche quell'enorme stupendo lampadario gotico che è diventato di notte il Duomo di Milano". A seguire la risposta del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio

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ANSA/MATTEO BAZZI

E se spegnessimo ad una cert’ora anche il Colosseo, il Duomo di Milano e altri monumenti? Premessa:il confine tra consumi indispensabili e consumi superflui è molto difficile da stabilire, perché spesso i consumi che si potrebbero considerare superflui danno piacere, coinvolgono sfere emotive. Si può scoprire però che ci sono consumi superflui che sono anche inutili e freddi, ai quali si può rinunciare facilmente.

Le dinamiche dei prezzi e del mercato, per altri versi ingiuste, ci possono in alcuni casi aiutare a ridurre anche drasticamente i consumi inutili. E’ il caso degli eccessi di riscaldamento e di illuminazione. Il caro energia che stiamo vivendo ha anche origini speculative, ma è una crisi che può spingere a quei cambiamenti che i testi scientifici e i cortei di Fridays for Future da soli non riescono a provocare.

Partiamo da una premessa che non occorre dimostrare con cifre: non si può e non si deve sostituire il gas e il petrolio russi con altrettanti gas e petrolio di diversa provenienza. E’ abbastanza evidente ed intuitivo. Non si può neanche ipotizzare di sostituire in tempi brevi tutta quella energia fossile con le rinnovabili. Queste righe sono dedicate a una parte dei risparmi e delle scelte di sobrietà possibili e cioè alla illuminazione artificiale. Da qualche settimana nei Comuni italiani si parla di come fronteggiare il caro bollette ma solo in alcuni piccoli si sono prese decisioni concrete. C’è il timore di scontentare la popolazione, il commercio, il turismo.

Nonostante le adesioni che sempre arrivano alla giornata M’illumino di Meno e alla imminente Earth Hour di sabato 26 marzo la mentalità prevalente è ancora quella che ha portato ai primi di febbraio l’Anci a spegnere alcune luci monumentali per “protesta”, per chiedere al Governo di provvedere. In sostanza per chiedere denaro pubblico statale per mantenere si livelli attuali l’illuminazione pubblica.

Ora forse si sta cominciando a ragionare diversamente. Ci sono infatti altre cose che i Comuni possono fare. Innanzitutto i consumi interni agli edifici comunali spesso sono alti non solo e non tanto perché l'”impiegato distratto” lascia accesa la luce dell’ufficio, ma perché le luci di scale e corridoi sono accese in modo permanente. La soluzione ideale sarebbe quella dei sensori di movimento. Per quanto riguarda la illuminazione stradale, quella per i pedoni e per i veicoli, ci sono dei livelli stabiliti per legge che non si possono derogare per la sicurezza. Ma con nuovi sistemi di illuminazione adattiva, già in via di adozione nei Comuni che più di recente hanno riorganizzato l’illuminazione, il flusso luminoso aumenta o diminuisce in base al traffico reale dei veicoli e delle persone. Bisogna capire come incrementare questa elasticità.

C’è un punto sul quale i Comuni sono completamente liberi, ed è quello della luce cosiddetta decorativa, di monumenti, facciate, chiese, palazzi. Negli ultimi decenni è stato un boom. Ora è il caso di tornare indietro. Partendo dalle eliminazione delle assurdità, perché alle tre non ci sono necessità turistiche o di culto per tenere acceso neanche quell’enorme stupendo lampadario gotico che è diventato di notte il Duomo di Milano. Come minimo i Comuni tutti dovrebbero decidere un orario oltre il quale si spegne la luce decorativa.

Si potrebbe lasciarla accesa per un paio d’ore, magari con orari diversificati a seconda dei giorni della settimana. E nelle altre ore questa luce potrebbe diventare un servizio a richiesta, a pagamento. Come è tutt’ora per alcuni quadri o monumenti in alcune chiese, con macchinette novecentesche che funzionano a moneta. Invece per monumenti, o facciate di una piazza, potrebbe essere una app o un numero di telefono ad attivare la luce. Con un costo adeguato e una destinazione: finanziare i fondi di solidarietà o le spese sociali che un Comune deve affrontare.

Questa proposta ambientalista viene da una piccola associazione come la nostra, Eco dalle Città, e non dai grandi soggetti ambientalisti perché questi sono impegnati oggi a insistere sulle rinnovabili e sulla ecosostenibilità degli edifici e temono di indebolire la loro battaglia propugnando rinunce. Ma perché rischiare di spendere milioni di euro di luce decorativa quando si potrebbero risparmiare e qualcosa invece si potrebbe incassare trasformandola in servizio a pagamento?

Infine i Comuni possono aiutare i privati a risparmiare chilowattora, disponendo regole che li proteggano dalla concorrenza. Già ora la maggior parte dei negozi spengono vetrine e insegne dopo la chiusura e c’è già una catena di supermercati che ha deciso di farlo. Molti negozi invece tengono acceso per farsi pubblicità, perché temono la concorrenza. E’ come per gli orari di apertura e chiusura: siano gli orari anche per spegnere le luci.

(da Avvenire del 23 marzo 2022)

La risposta del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio:

Penso, gentile Hutter, che un’azione per ridurre significativamente i consumi di energia possa e debba svilupparsi subito. E penso, da collega a collega, ma anche da cittadino, che sia seria e utile la proposta che argomenti e articoli in questa lettera così come nel dibattito che abbiamo animato ieri mattina via etere, stimolati dai colleghi di Radio Popolare. Come sai, in modo più semplice, ma altrettanto suggestivo e non meno impegnativo ne ho ragionato anch’io brevemente, a più riprese, all’inizio di questo mese di marzo rispondendo alle sollecitazioni di alcuni lettori sensibili, tra loro un grande astrofisico, il professor Piero Benvenuti. Spegnere con giudizio la luce – ma anche regolare, con sobrietà, i consumi di gas per la sua produzione e per il riscaldamento pubblico e privato – può fare tre cose buone, anzi quattro. Non ci fa contribuire, o ci fa contribuire molto meno, a “fare il pieno” ai carri armati e ai jet russi lanciati all’attacco dell’Ucraina. Ci fa partecipare, un po’ tutti, almeno un po’ alla penuria che vivono le vittime di questa guerra sia nell’aggredita Ucraina che subisce distruzioni terribili e feroci sradicamenti di popolazione sia in Russia, dove tanta gente semplice e incolpevole incomincia già a subire le conseguenze delle sanzioni decise per premere su Vladimir Putin e sul suo sistema di potere. Accompagna e accelera (facendo anche bene al portafoglio) l’indispensabile cammino sulla strada della transizione ecologica della nostra economia, imposto dai cambiamenti climatici, dal bisogno di fermare l’avvelenamento dell’ambiente e dalla necessità di ricostruire un mercato a misura d’umanità. Il quarto punto, per dirla con il professor Benvenuti, è poter “tornare a riveder le stelle” cosa che la luminosità diffusa (e spesso eccessiva) impedisce ormai di fare. So bene, come te, che anche la luce artificiale parla: rende un po’ più eloquenti luoghi e segni di civiltà e di fede, e rassicura chi si ritrova ad attraversare per i più diversi motivi la notte delle nostre città. Ma un equilibrio è possibile e credo fermamente che scelte consapevoli di istituzioni, aziende e cittadini, proprio in questo momento e anche su questo fronte, sono uno dei modi nonviolenti ed efficaci con cui possiamo rendere concreta una vasta partecipazione attiva ma non belligerante alla resistenza ai misfatti in atto, e all’idea stessa, della guerra.