Solidarietà nel settore della raccolta di indumenti usati: come valutarla?

Nel settore del Riutilizzo (soprattutto degli indumenti) l’Economia Sociale ha un ruolo di rilievo, che nel tempo potrebbe crescere o diminuire dipendendo dalla capacità dei suoi player di mostrarsi all’altezza delle nuove sfide dell’Economia Circolare. Pubblichiamo un articolo di Pietro Luppi e Alessandro Ruggieri

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Pietro Luppi e Alessandro Ruggieri*

Nel settore del Riutilizzo (soprattutto degli indumenti) l’Economia Sociale ha un ruolo di rilievo, che nel tempo potrebbe crescere o diminuire dipendendo dalla capacità dei suoi player di mostrarsi all’altezza delle nuove sfide dell’Economia Circolare. Le porte sono aperte: il pacchetto europeo sull’economia circolare, così come il D.lgs 116 del 2020, citano esplicitamente la possibilità di coinvolgere l’economia sociale nelle attività di riutilizzo. Tuttavia gli ambiziosi obiettivi ambientali, gli schemi di responsabilità estesa del produttore, le difficoltà del mercato e la crescente domanda di trasparenza, impongono a tutti gli operatori dell’Economia Sociale attivi nel riuso, livelli di professionalità molto più alti che in passato. Particolare importanza assumerà anche la serietà delle rendicontazioni solidali, e soprattutto quando l’argomento sociale sarà determinante per aggiudicarsi un appalto: una questione già estremamente attuale nell’ambito della raccolta stradale degli abiti usati, trattandosi di un servizio di raccolta differenziata di rifiuti che obbedisce alle normative ambientali e a quelle relative al codice degli appalti, ma che potrebbe in un prossimo futuro diventare centrale anche per altri beni usati, come ad esempio quelli conferiti nei centri di raccolta, nei centri di riuso o grazie alle raccolte domiciliari di rifiuti ingombranti.

Le Linee Guida prodotte nel 2021 da Utilitalia per l’affidamento dei servizi di raccolta degli abiti usati aiutano le stazioni appaltanti a discernere il reale valore sociale dei concorrenti ad un bando di gara, introducendo metodi di assegnazione dei “punteggi solidali” che sono vincolati a rendicontazioni solide, precise e dotate di elementi sia quantitativi che qualitativi; ciò può contribuire a prevenire le situazioni in cui gli operatori candidati alle gare sovrastimino le proprie dichiarazioni di creazione di valore sociale, “barando” al fine di aggiudicarsi il servizio. Le Linee guida rappresentano dunque un importantissimo passo, non solo per migliorare il settore abiti usati ma anche nell’ottica di una loro possibile estensione a servizi di raccolta e preparazione per il riutilizzo di altre tipologie di beni durevoli. Nella prospettiva di futuri aggiornamenti di questo strumento, si propongono alcune riflessioni sulla misurabilità e verificabilità dell’impatto sociale nel settore della raccolta di abiti usati.

La prima riflessione riguarda il concetto di “filiera solidale”, non di rado utilizzata da player del settore, ma forse non nella piena coscienza che il termine “filiera” indica l’intera parabola dell’aggregazione di valore a un prodotto, che nel caso di un indumento usato inizia con la raccolta, passa per fasi di stoccaggio, trasporto, trattamento e vendita all’ingrosso e culmina con la vendita al dettaglio del vestito o della materia prima secondaria tessile per il riciclaggio, oppure con lo smaltimento. È difficile dunque che una filiera possa essere totalmente solidale ma le filiere possono avere diversi gradi di solidarietà a seconda di quanto valore sociale è sviluppato nel loro complesso e in ogni step del ciclo di gestione.

A prescindere dalla questione solidale, è sempre e comunque cruciale che gli operatori della raccolta, che per chi conferisce sono la “faccia” visibile del settore, conoscano a fondo le proprie filiere per poterle raccontare esattamente così come sono.

La seconda riflessione riguarda la complessità di misurare e comparare il valore sociale sviluppato dai diversi player del settore; la tentazione potrebbe essere quella di valutare la valenza sociale guardando solo alla percentuale dei ricavi della vendita degli indumenti avviata a progetti solidali. Ma questo fattore, nonostante abbia un’importanza determinante, non è necessariamente esaustivo: un’organizzazione non profit (da qui in avanti ONP) potrebbe avere infatti costi operativi più alti e margini per la solidarietà più bassi, ma garantire allo stesso tempo progetti qualitativamente migliori producendo quindi un maggiore impatto sociale; un’altra organizzazione non profit potrebbe, al contrario, avere margini per la solidarietà più alti a fronte di costi operativi che sono bassi perché sottopaga il personale, non mantiene una comunicazione adeguata, non rispetta requisiti ambientali, etc.; inoltre, a parità di strutture di costi/ ricavi/ profitti investiti in progetti sociali non è immediato comparare l’impatto sociale di ONP che lavorano in ambiti differenti.

Sono inoltre frequenti i casi di imprese for profit attive nella raccolta e recupero degli indumenti che devolvono parte dei loro profitti ad ONP; se la gestione dei fondi è trasparente e i progetti supportati producono un buon impatto sociale, il livello solidale oggettivo della filiera non può essere considerato inferiore solo perché a svolgere la raccolta è stata un’impresa commerciale. È però particolarmente importante, come stabiliscono le Linee Guida di Utilitalia, che nella vestizione dei contenitori la finalità commerciale non sia in alcun modo dissimulata: non deve esistere il rischio che il cittadino confonda i soggetti che operano la raccolta e il resto della filiera con i soggetti che, gestendo i margini solidali, mettono concretamente in opera i progetti sociali.

In tutte le casistiche ad ogni modo, indipendentemente dalla ragione sociale dei gestori, è fondamentale sia in ambito di gara per l’affidamento, che nella comunicazione sui contenitori e sui canali informativi degli operatori, che venga richiesto un alto grado di dettaglio nella rendicontazione del valore sociale generato: non è la natura profit o non profit del soggetto a definire a priori l’impatto sociale raggiunto, ma i dati oggettivi e puntuali sulle attività solidali svolte e sui progetti sociali finanziati; devono essere conoscibili dunque le quote dei ricavi dalla vendita degli indumenti effettivamente destinati ai progetti solidali, la qualità dell’intervento sociale e i risultati ottenuti. Quando le stazioni appaltanti desiderano dare un connotato solidale alla raccolta indumenti, dovrebbero rendere vincolanti nel contratto di affidamento gli impegni relativi all’impatto sociale, esattamente come lo sono i contributi economici pretesi per lo svolgimento della raccolta: il vincitore del bando che si è impegnato a determinati risultati, dovrebbe mantenere la gestione del servizio solo se raggiunge i risultati dichiarati.

Il controllo sui risultati effettivamente ottenuti serve ad evitare scenari in cui i player dichiarino solamente intenti o risultati di impatto sociale auspicati che poi non sono raggiunti o, ancora, che gli operatori definiscano il proprio impatto sociale in base a criteri arbitrari o comunque poco verificabili. Ad esempio alcune ONP potrebbero considerare come un risultato includibile nel loro impatto sociale la traduzione in valore economico di indumenti girati ad altre organizzazioni non profit (da quest’ultime venduti per finanziare progetti sociali).

Il trasferimento di volumi ad un’ONP terza può avere una valenza “sociale” (di fatto si sta dando gratuitamente della merce ad un’altra ONP) ma tale conferimento di materiale andrebbe considerato per quello che è e non arbitrariamente tradotto in termini monetari ed equiparato ai fondi destinati a progetti; in sostanza, nel caso in cui si girano indumenti ad un’ONP terza (affinché questa li rivenda per finanziare progetti sociali) si dovrebbero evidenziare, ai fini del calcolo dell’impatto sociale, i fondi effettivamente destinati dall’ONP terza in progetti sociali.

Riepilogando, dunque, sia le ONP che gli operatori for profit che dichiarano di sostenere finalità solidali, dovrebbero documentare in maniera chiara e puntuale l’impatto sociale ottenuto e i fondi netti effettivamente impiegati in progetti sociali; con specifico riferimento al caso delle coop di tipo B, si deve fare particolare attenzione alla rendicontazione quantitativa e qualitativa dei progetti di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

Focalizzandosi sull’impiego del denaro investito in progetti sociali è importante indicare con chiarezza, tra le altre cose, anche la quota degli overheads (costi indiretti) in proporzione ai costi direttamente applicati all’intervento solidale. I costi indiretti, che di per sé sono necessari e non da stigmatizzare, dovrebbero essere comunque specificati e giustificabili in relazione all’impatto sociale ottenuto: si devono infatti evitare situazioni in cui inefficienze, sprechi o in generale una gestione poco oculata dei progetti, vadano ad erodere il budget utilizzabile per attività operative e quindi ad erodere l’effettivo impatto sociale ottenibile.

Come si è notato da questa breve trattazione il tema della verificabilità dell’impatto sociale come elemento premiante ai fini dell’affidamento dei servizi di raccolta è un tema complesso e prevede un doppio impegno: da parte delle stazioni appaltanti a mantenere alta l’attenzione su tutti i parametri di valutazione di impatto sociale, da parte delle ONP o degli altri operatori coinvolti ad individuare e comunicare in maniera chiara e puntuale il proprio impatto sociale (la Riforma del Terzo Settore potrebbe rappresentare uno stimolo in questo senso dal momento che punta a rendere più trasparente e verificabile l’impatto sociale delle ONP).

*Pietro Luppi (direttore del Centro ricerche di Occhio del Riciclone); Alessandro Ruggieri (dottorando dell’Università di Macerata in Scienze Giuridiche sul tema delle donazioni materiali)