Nel marzo del 1988 il governo di Xiamen mise a bilancio dieci milioni di yuan l’anno, per due anni di fila, con un obiettivo solo: ripulire il lago che la città si ritrovava in mezzo, nero e maleodorante. Era circa un decimo di quanto il comune investiva allora in opere pubbliche. A convocare la riunione era stato il vicesindaco esecutivo, trentaquattro anni, arrivato tre anni prima da una contea agricola dell’Hebei: Xi Jinping, che di lì a poco avrebbe lasciato la città.
Ne uscì una formula che da trentotto anni fa da titolo a ogni fase dei lavori: governare il lago per legge, intercettare gli scarichi, dragare e rinforzare le sponde, rimettere in circolo l’acqua, riqualificare le rive.
Yundang, va detto subito, non è un vero e proprio lago. Era un’insenatura del mare, chiusa da una diga negli anni Settanta per guadagnare terra. Sigillato lo scambio con la marea, e con gli scarichi delle case e delle fabbriche che intanto si erano moltiplicate sulle rive, l’acqua diventò nera. Il problema si vedeva nell’acqua ma nasceva a terra, nella rete fognaria e negli scarichi industriali.
Nel 1984, dopo una visita di Deng Xiaoping, la zona economica speciale era stata estesa da un solo quartiere all’intera isola su cui sorge la città, e Xiamen si era dotata di un documento anomalo per l’epoca: una strategia di sviluppo lunga quindici anni, coordinata dallo stesso Xi, con un capitolo dedicato al sistema urbano e all’ambiente. Fu il primo piano strategico quindicennale elaborato da un governo locale cinese.
I numeri del ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente sono la parte solida del racconto. Per uno specchio d’acqua chiuso come Yundang l’indicatore che conta è l’azoto inorganico disciolto, quello che arriva dagli scarichi: in acqua funziona da concime, fa proliferare le alghe e le alghe consumano l’ossigeno di cui vive tutto il resto. Nel 1985 il lago ne conteneva 16,90 milligrammi per litro, nel 2022 ne conteneva 0,48: trentacinque volte meno. Nelle cinque fasi di risanamento avviate dal 1984 sono state chiuse o spostate centoventicinque imprese inquinanti, e la spesa, compreso il rifacimento delle reti fognarie, ha superato i quattro miliardi di yuan.
Poi c’è la parte che i resoconti lasciano in coda. Nel giugno 2024 è partita la sesta fase, per correggere gli angoli morti in cui l’acqua continua a ristagnare. E ogni dieci anni il fondale va ridragato di nuovo. Il portale del governo del Fujian lo scrive senza giri di parole: il lavoro resta lungo.
Intorno allo specchio d’acqua è cambiato la zona. Le entrate fiscali del sottodistretto Yundang sono passate dagli 8,8 milioni di yuan del 1994 ai 3,96 miliardi del 2023, e le fonti cinesi attribuiscono il salto al risanamento, che avrebbe attirato sedi centrali di aziende e servizi finanziari in quella che oggi è l’area amministrativa e finanziaria della città.
C’è una ragione istituzionale per cui il cantiere non si è fermato al primo cambio di sindaco. Il lago ha avuto fin dall’inizio un titolare politico esplicito, la formula in uso era che dovesse occuparsene il sindaco in persona, e un gruppo di lavoro interdipartimentale che la Commissione per lo sviluppo e le riforme rilegge oggi come l’abbozzo del sistema dei capi-fiume, quello che assegna a ogni corso d’acqua un responsabile designato. Poi un atto normativo per ogni fase: sul solo lago il dipartimento ambientale del Fujian ne conta più di dieci. Quello che Xiamen ha costruito in circa quarant’anni non è l’acqua pulita: è il modo di tenerla così. È il metodo.
a cura di Cinitalia


