In bici a Torino: quando gli automobilisti non sopportano le due ruote

Un SUV entra in pista ciclabile per evitare un tram, attraversa un incrocio con il rosso, effettua svolte senza segnalare e rischia per due volte di investire un ciclista. Poche ore prima, un bambino di 7 anni era morto dopo essere stato investito mentre andava a scuola. Due episodi diversi, ma un'unica questione di fondo: la sicurezza stradale non si risolve soltanto abbassando i limiti, se poi le regole continuano a essere considerate opzionali

Torino, il problema non sono le bici: è il rispetto delle regole

Mercoledì 7 ottobre, alle 18:45, percorro in bicicletta la pista ciclabile di corso Matteotti. Pioviggina ed è già buio. Ho il casco e le luci accese; quella posteriore ha anche lo stop per segnalare frenate e rallentamenti. Sto semplicemente andando in bici in centro a Torino, quando alle mie spalle arriva un SUV.

Davanti all’automobilista c’è un tram fermo alla fermata. Evidentemente aspettare non è un’opzione. Così decide di spostarsi sulla pista ciclabile, supera gli spartitraffico a folle velocità, mi taglia la strada e per poco non mi mette sotto, per poi percorrere la ciclabile per circa una cinquantina di metri. Non è una manovra che si possa attribuire a una distrazione di qualche secondo: è una scelta precisa per evitare di rimanere dietro al tram, utilizzando uno spazio riservato alle biciclette.

Arrivato all’incrocio con via Arcivescovado, imbocca la strada senza rispettare il rosso e senza mettere la freccia. Gli vado dietro. Gira in via San Quintino, ancora una volta senza segnalare la svolta e senza apparentemente preoccuparsi di verificare se stia arrivando qualcuno. Poi si immette in piazza Paleocapa e per poco non mi investe una seconda volta. Prosegue quindi sotto i portici di piazza Carlo Felice senza nemmeno rallentare noncurante dei pedoni.

Finalmente si ferma al semaforo rosso davanti a Porta Nuova. Lo affianco, busso al finestrino e gli dico che mi ha quasi investito due volte, elencandogli le infrazioni che ha appena commesso. La risposta è un insulto: secondo lui sto dicendo “cazzate” e dovrei mettere le luci; non si era nemmeno accorto che fossero già accese. Poi arriva anche la provocazione: mi sfida a toccare nuovamente la sua auto, lasciando intendere che quella volta avrebbe potuto investirmi davvero.

È un episodio personale, certo, ma sarebbe un errore considerarlo un caso isolato. Situazioni simili capitano ogni giorno sulle nostre strade e spesso non finiscono in un incidente solo per caso. Una frenata all’ultimo momento, una precedenza mancata, un’auto sulla ciclabile, un semaforo ignorato: sono comportamenti che chiunque si muova in città può incontrare quotidianamente. Il problema è che ci siamo talmente abituati a considerarli normali che spesso ci accorgiamo della loro gravità soltanto quando qualcosa va storto.

Il limite di velocità non può essere l’unica risposta

Il tempismo rende la vicenda ancora più difficile da ignorare. Poco più di dieci giorni fa un bambino di 7 anni è morto dopo essere stato investito mentre andava a scuola in bicicletta. Si trovava sul controviale, dove il limite di velocità è di 30 km/h, ma dove il rispetto effettivo di quel limite è da tempo una delle questioni al centro del dibattito sulla sicurezza stradale torinese.

Martedì 6 ottobre il sindaco Stefano Lo Russo, intervenendo a TOradio, ha detto di stare valutando la possibilità di portare da 30 a 20 km/h il limite nei controviali in cui auto e biciclette condividono la carreggiata. È una discussione legittima e la velocità è certamente uno degli elementi che incidono sulla gravità degli incidenti. Ma c’è un problema che viene prima: le regole devono essere rispettate.

Perché possiamo abbassare il limite a 20 km/h, ma se nessuno controlla chi lo supera, il numero scritto sul cartello rischia di diventare poco più di un’indicazione. Possiamo costruire chilometri di piste ciclabili — non mi avventuro nemmeno su come alcune vengono progettate e realizzate, perché si aprirebbe un altro capitolo — ma se una persona può salirci sopra con un SUV o con una semplice utilitaria per evitare un tram o, più banalmente, per parcheggiare, senza temere conseguenze, quella pista perde gran parte della sua funzione. Possiamo installare semafori, attraversamenti e segnaletica, ma se il rosso viene considerato un suggerimento, il problema non è la segnaletica.

La sicurezza stradale passa anche dalle infrastrutture e dalla loro progettazione, che in alcuni casi può e deve essere migliorata. Ma passa inevitabilmente anche dai controlli e dalle sanzioni. Se chi infrange sistematicamente le regole non percepisce alcuna conseguenza, qualsiasi limite rischia di rimanere sulla carta.

La guerra tra ciclisti e automobilisti è una falsa contrapposizione

Basta osservare i social per rendersi conto di quanto il confronto sia ormai diventato quasi uno scontro aperto tra ciclisti e automobilisti. I primi denunciano le auto parcheggiate sulle piste ciclabili, le manovre pericolose, le precedenze non rispettate e tutto ciò che rende più difficile muoversi in sicurezza. I secondi rispondono spesso che i ciclisti si lamentano di tutto, che ormai sarebbe diventata una moda e che anche chi pedala commette infrazioni.

La verità è che entrambe le categorie possono avere torto. E continuare a raccontare la sicurezza stradale come una guerra tra automobilisti e ciclisti serve soltanto ad alimentare una contrapposizione che non porta da nessuna parte.

Perché il problema non è essere in auto o in bicicletta. Il problema è cosa si fa quando si è sulla strada.

Quando si parla di sicurezza stradale si usa spesso l’espressione “utenti deboli” per indicare pedoni e ciclisti, cioè chi, in caso di collisione con un veicolo a motore, è inevitabilmente più esposto alle conseguenze dell’impatto. Ma essere più vulnerabili non significa essere automaticamente nel giusto, così come guidare un’auto non significa essere automaticamente dalla parte del torto. Significa semplicemente che, sulla strada, chi si trova alla guida di un mezzo potenzialmente più pericoloso ha una responsabilità ancora maggiore nel prestare attenzione agli altri, soprattutto a chi è più esposto.

Il problema è chiunque infranga le regole

Il problema è il pedone che attraversa senza guardare perché ha la testa abbassata sullo smartphone, così come quello che cammina sulla pista ciclabile senza preoccuparsi di chi sta arrivando. È il ciclista che viaggia affiancato quando non dovrebbe o che pedala mentre scrive messaggi su WhatsApp. Sono i minorenni che viaggiano in due sul monopattino senza casco e sono anche i genitori che non controllano come i propri figli utilizzano questi mezzi.

È l’automobilista che lascia la macchina in doppia fila o sulla pista ciclabile perché “tanto ci metto cinque minuti”. È quello che passa con il rosso, che svolta senza guardare, che non usa la freccia o che considera normale invadere lo spazio destinato a qualcun altro per risparmiare qualche minuto.

E c’è anche una forma di prepotenza che conosciamo tutti: quella per cui più grande è il mezzo che si guida, maggiore sembra essere il diritto di stare sulla strada. Come se essere al volante di un SUV desse automaticamente più diritti rispetto a chi pedala su una bicicletta o attraversa a piedi.

Non è così.

La strada è uno spazio condiviso e le regole servono proprio a stabilire come quello spazio debba essere utilizzato. Chi le viola non sta semplicemente facendo qualcosa di “sbagliato”: può creare una situazione nella quale qualcun altro rischia di farsi male o, nei casi peggiori, di morire.

Una pista ciclabile non è una corsia da usare quando fa comodo

Tornando a quello che mi è successo mercoledì sera, la cosa che più mi colpisce non è soltanto il numero delle infrazioni commesse in pochi minuti. È la normalità con cui sono state compiute.

Un automobilista vede un tram fermo e decide che non vuole aspettare. Davanti a lui c’è una pista ciclabile? La usa. Ci sono degli spartitraffico? Li supera. C’è un semaforo rosso? Prosegue. Deve svoltare? Non mette la freccia. Sta entrando in una strada dove potrebbe esserci qualcuno? Non sembra necessario guardare.

E quando qualcuno gli fa notare quello che è appena successo, anziché fermarsi e chiedere scusa, la risposta è che sono “cazzate” e che il problema sarebbero le luci della bicicletta.

È questo atteggiamento che dovrebbe preoccuparci più del singolo episodio. La convinzione che la propria fretta, la propria comodità o il proprio punto di vista valgano più delle regole e, di conseguenza, più della sicurezza degli altri.

Torino ha bisogno di meno contrapposizione e più rispetto

Possiamo discutere se i controviali debbano avere un limite di 30 o di 20 km/h. Possiamo discutere di come siano state progettate alcune piste ciclabili, di quali siano realmente sicure e di quali invece presentino criticità. Possiamo chiedere più controlli, più telecamere, più presenza della polizia locale. Possiamo discutere di parcheggi, di attraversamenti, di semafori e di come ridisegnare le strade.

Sono tutte discussioni necessarie.

Quello che non serve è trasformarle nell’ennesima guerra tra “ciclisti” e “automobilisti”. Perché domani potrei essere io in bicicletta e dopodomani un pedone. Potrei essere alla guida di un’auto e avere davanti un ciclista che commette un’infrazione. Il punto non cambia: chiunque può sbagliare, ma nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a mettere deliberatamente in pericolo gli altri.

Non credo che la soluzione sia una città in cui automobilisti, ciclisti e pedoni si guardano come avversari. Credo che la soluzione sia una città in cui le regole valgano per tutti e in cui chi le infrange sappia che esistono controlli e conseguenze.

In questo senso potrebbe essere utile anche incentivare l’utilizzo delle dash cam, sia sulle automobili sia sulle biciclette. Una telecamera non impedisce un’infrazione e non sostituisce i controlli delle forze dell’ordine, ma può fornire una documentazione preziosa di quello che è realmente accaduto in caso di incidente o di comportamento pericoloso. Sempre più persone si trovano infatti nella situazione di avere la propria parola contro quella dell’altro: una registrazione può aiutare a ricostruire i fatti con maggiore precisione e, quando necessario, a fornire elementi utili alle autorità.

Perché una pista ciclabile può essere riprogettata, un limite può essere modificato, un controviale può essere ridisegnato e un semaforo può essere sostituito.

Una vita persa sulla strada, invece, non si può riprogettare.

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