Un gruppo di ricerca composto da studiosi dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isafom) di Perugia e dell’Università degli Studi di Milano ha sviluppato un nuovo protocollo di analisi per identificare la presenza di plastiche e microplastiche nel compost, distinguendole dai materiali biodegradabili e compostabili.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica ACS Sustainable Chemistry & Engineering e propone una metodologia che potrebbe migliorare il monitoraggio della qualità del compost destinato all’impiego agricolo.
Come funziona il nuovo protocollo
La tecnica si basa su una procedura di idrolisi termo-alcalina selettiva. I campioni prelevati dal compost vengono trattati con una soluzione di idrossido di sodio a 80 gradi centigradi.
Il processo dissolve completamente i polimeri compostabili, come il PLA e i materiali a base di amido, mentre lascia inalterate le plastiche convenzionali, tra cui polietilene (PE), polipropilene (PP), PET, PVC e polistirene (PS).
In questo modo è possibile identificare con maggiore precisione gli eventuali contaminanti persistenti presenti nel compost.
Un aiuto contro l’accumulo di microplastiche nei suoli
Secondo i ricercatori, il suolo rappresenta oggi uno dei principali luoghi di accumulo delle plastiche disperse nell’ambiente. Tra le possibili fonti di contaminazione figurano la dispersione dei rifiuti plastici, alcune pratiche agricole e l’utilizzo di compost derivato dai rifiuti organici urbani.
La normativa vigente consente infatti la presenza di tracce di plastica nel compost fino allo 0,3% in peso, ma fino a oggi i metodi disponibili non permettevano di distinguere in modo efficace tra plastiche tradizionali e materiali compostabili.
Maggiore precisione e costi contenuti
Gli autori dello studio evidenziano che il nuovo metodo raggiunge un tasso di recupero del 98% e può essere validato attraverso tecniche di spettroscopia infrarossa.
Rispetto ad altre procedure analitiche, la metodologia si caratterizza per costi più contenuti e per una maggiore facilità di applicazione su larga scala, rendendola potenzialmente utilizzabile anche negli impianti che trattano la frazione organica dei rifiuti.
Un supporto all’economia circolare
La ricerca potrebbe contribuire anche allo sviluppo della bioeconomia circolare, evitando che i materiali compostabili vengano erroneamente classificati come contaminanti.
Il protocollo consentirebbe infatti di certificare con maggiore accuratezza la qualità del compost e di monitorare il comportamento dei nuovi materiali biodegradabili durante il processo di trattamento dei rifiuti organici.
L’obiettivo finale è favorire la tutela dei terreni agricoli dall’accumulo di microplastiche e sostenere l’utilizzo di materiali compostabili in grado di reintegrare sostanza organica e nutrienti nel suolo al termine del loro ciclo di vita.










