Lo spreco alimentare in Italia raggiunge un valore di 13,5 miliardi di euro, di cui 7,3 miliardi riconducibili alle famiglie. È uno dei dati diffusi da Waste Watcher International in vista della Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, istituita dalle Nazioni Unite e in programma il 29 settembre.
La rilevazione indica inoltre che nelle famiglie italiane vengono sprecati 554 grammi di cibo pro capite alla settimana, pari a circa 79 grammi al giorno.
Il dato italiano e l’obiettivo per il 2030
Il quantitativo rilevato da Waste Watcher resta superiore all’obiettivo indicato dalle Nazioni Unite per il 2030, pari a 369,7 grammi di cibo sprecato a settimana per persona.
La Giornata internazionale sarà accompagnata in Italia da un appuntamento a Roma, promosso dalla campagna pubblica Spreco Zero, durante il quale sarà presentato il nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International.
L’iniziativa si colloca inoltre a dieci anni dall’approvazione della Legge Gadda, la legge n. 166 del 2016 che ha introdotto misure per favorire il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari.
Tra gli ospiti previsti figurano Maurizio Martina, direttore generale aggiunto della Fao, e Maximo Torero, chief economist della Fao.
Le perdite lungo la filiera alimentare
Lo spreco non riguarda soltanto le famiglie. A livello globale, secondo i dati richiamati nel rapporto, circa il 13,2% degli alimenti prodotti viene perso prima ancora di raggiungere i punti vendita.
Tra le cause vengono indicate difficoltà nella logistica e sistemi di conservazione non adeguati. Una parte degli alimenti viene invece sprecata nelle fasi successive della filiera, che coinvolgono consumatori, ristorazione e grande distribuzione.
Nel complesso, perdite e sprechi alimentari sono associati a circa l’8-10% delle emissioni globali di gas serra. Il tema assume quindi una dimensione che riguarda non soltanto la disponibilità di alimenti e le risorse economiche, ma anche l’impiego di acqua, suolo ed energia necessari alla loro produzione.
L’intelligenza artificiale entra nelle abitudini alimentari
Una delle novità del rapporto Waste Watcher International riguarda l’analisi dell’impatto della rivoluzione digitale sulle pratiche domestiche legate al cibo.
Secondo l’indagine, il 57% degli italiani intervistati utilizza assistenti virtuali e strumenti di intelligenza artificiale. Il 21% li consulta per valutare la sicurezza di alimenti scaduti da alcuni giorni, mentre il 51% utilizza questi strumenti per cercare ricette che permettano di riutilizzare gli avanzi e svuotare il frigorifero.
Un altro 45% ricorre agli strumenti di IA per cercare indicazioni o strategie utili a ridurre lo spreco alimentare.
Il fenomeno presenta differenze marcate tra le generazioni. Tra la Gen Z, il 72% degli intervistati consulta l’IA per valutare la sicurezza degli alimenti, mentre il 57% la utilizza per trovare ricette basate sugli avanzi. Tra i Millennials le percentuali scendono rispettivamente al 63% e al 48%.
I limiti dell’IA sulla sicurezza alimentare
Il rapporto evidenzia però anche la necessità di verificare l’affidabilità delle informazioni fornite dagli strumenti di intelligenza artificiale.
Andrea Segrè, direttore scientifico della Campagna Spreco Zero e dell’Osservatorio Waste Watcher International, sottolinea in particolare che un assistente virtuale non può verificare direttamente condizioni come la catena del freddo o l’integrità della confezione di un alimento.
Il rapporto richiama quindi l’importanza di utilizzare contenuti basati su fonti scientifiche affidabili. In questa prospettiva viene indicata anche la Sprecometro dell’Università di Bologna come strumento che può fornire contenuti di riferimento per le piattaforme di intelligenza artificiale.
I social e gli acquisti legati alle tendenze
La ricerca prende in esame anche l’altra faccia della trasformazione digitale: l’influenza dei social network sui comportamenti di consumo.
Il 27% degli intervistati dichiara di aver acquistato almeno qualche volta un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un prodotto caratterizzato da un packaging particolarmente “instagrammabile” con l’obiettivo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità.
Secondo il rapporto, in questi casi il prodotto può essere successivamente lasciato scadere oppure consumato solo in parte.
Anche su questo fronte emergono differenze generazionali. Il comportamento riguarda il 37% della Gen Z e il 36% dei Millennials, mentre la percentuale scende al 26% nella Gen X e al 18% tra i Boomer.
Per Segrè, il fenomeno mostra come il cibo possa essere trasformato in un elemento legato alla comunicazione digitale e perdere parte del proprio valore d’uso, fino a diventare rifiuto.
Lo spreco come questione ambientale ed economica
I dati di Waste Watcher mostrano quindi due aspetti collegati. Da una parte, il fenomeno continua a interessare una quantità significativa di alimenti e comporta un costo economico di 13,5 miliardi di euro in Italia. Dall’altra, le modalità con cui il cibo viene acquistato, utilizzato e valutato stanno cambiando anche sotto l’influenza delle nuove tecnologie.
La riduzione dello spreco riguarda quindi le abitudini domestiche, ma anche la capacità di intervenire lungo la filiera e di utilizzare correttamente gli strumenti digitali che stanno entrando nelle scelte quotidiane.
La Giornata internazionale del 29 settembre sarà l’occasione per presentare a Roma i nuovi dati Waste Watcher e approfondire il tema nel decennale della Legge Gadda.



